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L'opinione del sociologo

In Italia si spara troppo…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Generalmente, in un paese civile, il comune cittadino non ha bisogno di avere con sé un’arma, tanto meno un’arma da fuoco.

Le armi sono riservate alle forze di polizia, ai militari, a coloro che tutelano l’ordine pubblico e comunque costoro sono sottoposti a limiti e a regole che ne consentono l’uso. Ci sono due eccezioni.

Coloro che usano armi sportive, come gli appassionati di tiro al bersaglio, che usano armi speciali in strutture attrezzate all’uopo e i cacciatori, che tuttavia ne possono disporre soltanto nei periodi e nei luoghi di caccia autorizzati.

In Italia siamo molto critici con gli Stati Uniti, che invece permettono un ampio uso delle armi – tant’è che anche lì è sorto un dibattito molto serrato sull’argomento – forse legato ancora al clima da far west che impregna tuttora un larga parte della cultura americana.

Con tutto ciò, anche in Italia si spara; si spara troppo. Negli ultimi due anni, sono aumentate le licenze di caccia e quelle per uso sportivo; calano quelle per uso personale. Un dato anomalo.

Perché la cultura della caccia è in diminuzione e quindi lo sono anche i cacciatori; e perché lo sport del tiro non fa riscontrare particolari boom di iscritti e di atleti.

D’altro canto la società italiana è diventata più violenta, più competitiva e un nuovo terribile reato – il femminicidio – si sta rapidamente sviluppando.

Non solo; se diminuiscono le rapine e i furti denunciati, in realtà aumentano le incursioni in casa in presenza dei proprietari; il che significa che aumenta la probabilità di offesa alla persona e quindi il pericolo.

Di qui, il sospetto che gli italiani si stiano armando; posto che sia più difficile ottenere un porto d’armi per difesa personale, gli italiani si mettono in casa armi come sportivi e cacciatori, pronti tuttavia ad usare in modo improprio l’arma sportiva o da caccia, per difendersi dalle minacce esterne o per minacciare a loro volta.

Peraltro, sorge il sospetto che il meccanismo di controllo della concessione del porto d’armi, teoricamente molto efficiente, non sia altrettanto efficace.

Ci sono almeno tre punti deboli su cui occorrerebbe intervenire. Il primo è quello della certificazione dello stato psicofisico del richiedente che, come in tante altre circostanze (giustificazioni per malattia, valutazione di certe disabilità, ma anche idoneità alla guida, ecc.), spesso appare del tutto superficiale, routinario, mentre l’autorizzazione andrebbe rilasciata solo dopo un attentissimo esame dello stato psichico e della “storia” sociale del soggetto.

Il secondo è costituito dalla motivazioni richieste dalle Autorità per la detenzione di armi da difesa (“Per ottenere il porto d’arma per difesa personale è necessario essere maggiorenni ed avere una ragione valida e motivata che giustifichi il bisogno di andare armati”) che non sempre vengono adeguatamente approfondite.

Basta abitare in un luogo appartato oppure detenere o smerciare oggetti di valore, per aver diritto ad una pistola? E’ sempre realmente necessario? Il terzo punto debole è rappresentato dal risvolto commerciale.

Tutti i commercianti d’armi sono scrupolosi allo stesso modo? O c’è anche qui, come accade ovunque, qualche falla, qualche pecora nera su cui contare per procurarsi l’arma adatta e in tempi brevi?

Troppo spesso la cronaca parla di soggetti in possesso di regolare porto d’armi che uccidono in preda all’ira, alla gelosia, per paura, comunque al culmine di una situazione di crisi psichica ed esistenziale.

Qualcuno è poliziotto, qualcun altro militare, qualcuno è vigilante, e le armi in casa gli sono familiari, anche se non è assolutamente detto che il poliziotto, il militare, il vigilante in precarie condizioni psichiche debba continuare a possedere armi.

Anzi, le istituzioni a cui appartengono dovrebbero vigilare continuamente sui loro membri, proprio per evitare che si verifichino abusi del genere; e non è così. Fu la mancanza di adeguati controlli periodici, ad esempio, che permise ad Andreas Lubitz di continuare a pilotare aerei di linea e di suicidarsi con tutti i suoi passeggeri sulle montagne francesi.

Ma quel che stupisce di più è che normali cittadini, che fanno tutt’altro mestiere, risultino in possesso di fucili e pistole anche quando non vi sarebbero fondati motivi e soprattutto quando la loro vita presenta evidenti squilibri psichici ed esistenziali e persino quando hanno subito provvedimenti restrittivi come nel caso di stalking.

Lasciamo stare per un momento le istituzioni, che talvolta non arrivano a coprire tutto il territorio, ma i familiari, gli amici, i colleghi, il medico di famiglia, hanno altro a cui pensare? Possibile che siamo arrivati ad una società così chiusa, autoreferenziale, distratta da consentire a ciascuno di noi di ignorare o sottovalutare le pene e lo stato anormale di chi ci sta accanto?

Chi arriva a sparare proviene per lo più da una lunga storia di tribolazioni psicologiche, di disagio fisico, mentale, comportamentale: e allora, chi lo lascia comunque libero di detenere o di procurarsi un’arma da fuoco?

Tragica fatalità. Tragico destino. Troppo spesso certi episodi vengono rubricati così, con un diffuso atteggiamento di sorpresa e di impotenza che nasconde, in realtà, una mancata assunzione di responsabilità individuale, istituzionale e collettiva. Chi può, provi a farsi un esame di coscienza.

Francesco Mattioli


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27 marzo, 2017

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