Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Registro le diverse letture e altrettante rivendicazioni sui risultati, in particolare locali, delle primarie di domenica scorsa.
Dopo l’assemblea nazionale sarebbero opportuni anche momenti di discussione nei circoli e negli organismi, perché la nostra partecipazione viva anche oltre i gazebo e i media.
Che Renzi abbia vinto non ci piove; la sua leadership e la sua proposta di cambiamento conservano una indubbia capacità attrattiva e mobilitante, anche dopo il 4 dicembre.
Nell’inchinarsi alla democrazia non ritengo infatti si debbano accompagnare pentimenti . L’esperienza ci suggerisce gli errori da correggere e gli obiettivi da condividere diversamente e maggiormente.
Ma dal cambiamento vero e profondo, che bisogna riprendere. Dall’esigenza del paese, che non è di Renzi né del Pd, di ripensare non strumentalmente né sulle convenienze brevi ad una democrazia della responsabilità e governante.
Un grande progetto riformatore che affronti i ritardi e gli squilibri irrisolti, i tanti per cui ancora oggi stentiamo a recuperare quella cornice di crescita produttiva ed economica senza la quale ogni altra azione a sostegno di redistribuzione di reddito e creazione di lavoro rischia di fermarsi alla superficie, di non andare oltre buoni proposti.
Abbiamo alle spalle almeno vent’anni di mancate riforme che aspettano: e non si fanno con un sistema politico ed istituzionale rassegnato alla palude, alle velleità populistiche, alle paure autarchiche.
Ora non penso ci sia da scusarsi se il 30 aprile quasi due milioni di cittadine e cittadine hanno partecipato e un milione e trecentomila hanno barrato il suo nome sulla scheda delle primarie, scegliendo nello stesso tempo una linea politica che ora il Pd è chiamato a applicare coerentemente, senza se e ma.
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Chi pensa di poter offrire una migliore prova di confronto democratico in attuazione dell’art. 49 della Costituzione, lo faccia invece di attardarsi a fare le pulci o dare lezioni.
Poi certo verranno le elezioni politiche e ci mancherebbe altro e il popolo affiderà, come è giusto che sia, le diverse responsabilità politiche. Mi auguro che quella sera non sentiremo solo cantare vittoria da quello o quell’altro, ma sapremo pure chi la mattina dopo si potrà apprestare a metter su un governo credibile.
Comunque affronteremo l’appuntamento, dopo la bella prova del 30, un po’ più motivati e determinati.
Riconosciuto che la leadership di Renzi ha mosso ancora centinaia di migliaia di nostri elettori più di chiunque altro; che di questo possiamo essere più che soddisfatti, perché una speranza riprende forza, aggiungo qualche ulteriore considerazione di dettaglio.
Partendo dai numeri mi pare difficile non prendere atto del fatto che se nella Tuscia si sia raggiunto lo stesso numero di partecipanti del 2013, e cioè un 30% circa di più della media nazionale, sia dovuto al fatto che alla capacità attrattiva richiamata si sia aggiunto un lavoro diffuso e penetrante di buona parte dei gruppi dirigenti sul territorio, che hanno certamente alimentato anche un confronto reciproco.
Lo è stato nella fase delle convenzioni , riservata agli iscritti. In campo aperto s’è casomai riproposto con maggiore sforzo. Sarà stato così un po’ dappertutto, ma qui senz’altro è stato più intenso ed appassionato. Fuori dalla propaganda e dalla retorica va riconosciuto.
Non sarà dirimente, ma posso testimoniare come nel 2013, sempre quindicimila sono stati, ma il lavoro di orientamento del gruppo dirigente tutto diversamente dislocato, fu veramente marginale rispetto all’ampia partecipazione registrata.
Proprio perché stavolta lo schierarsi dei gruppi dirigenti ha invece inciso di più, e non solo nella Tuscia se guardiamo ai dati regionali ad esempio, gli scostamenti dalle medie nazionali trovano una ragione, in un senso come nell’altro.
Nel 2013 A Renzi la Tuscia portò tre delegati all’assemblea nazionale, con praticamente la stessa media nazionale ( Tuscia 65,95% – Nazionale 67,8) , vinse in tutti i più grandi comuni, nessuno escluso , con percentuali dal 60% all 80%. Non ci furono meriti particolari; semplicemente la proposta di rottura netta di Renzi , “la rottamazione”, dopo le rovinose e penose prove della “non vittoria”, furono più e diversamente mobilitanti. Oggi Renzi ancora vince e Orlando no e per me va bene, anzi benissimo.
Poi, che il profilo e la proposta politica di Orlando abbia favorito l’opzione di tanti che l’hanno vissuta come più riconoscibile rispetto alla propria cultura ed esperienza politica è nei numeri.
In particolare il peso delle indicazioni del presidente Zingaretti e dei consiglieri regionali presenti sul territorio, e con loro dei parlamentari e di buona parte di amministratori e dirigenti va riconosciuto.
Non certo per conquistare una benevolenza in ragione di una unitarietà delle buone intenzioni, quanto perché invece si possa organizzare un confronto vero su basi politiche e programmatiche chiare.
Dobbiamo avviare una discussione che produca sintesi reali e non mere convergenze su ruoli e posizioni, veicolate dalla retorica del volemose bene. Ci aspetta un congresso provinciale, quindi una discussione su contenuti politici e proposte organizzative.
Se Renzi ed Orlando non sono stati vessilli per riconoscere le forze schierate, come mi auguro, ripartiamo quindi dalla verità di proposte generali diverse, riconoscendole nei ruoli e nei pesi.
Poi, se intanto una cosa unitaria la vogliamo fare, non sarebbe male che il Pd provinciale sostenga il Governo nel la responsabilità che gli tocca sulla vicenda trasversale e lo aiuti sulla scelta in cui per larga parte si riconosce, e cioè quella del tracciato cosidetto verde e su cui anche buona fetta delle parti sociali si sono espresse e battute.
Sandro Mancinelli
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