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Campo ex fiera - Smantellati i primi container, ma nell'ex parcheggio c'è ancora vita - La testimonianza di tre asiatici

Campo ex fiera, ancora una ventina i migranti in attesa di trasferimento

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Viterbo - Profughi al campo dell'ex fiera

Viterbo – Profughi al campo dell’ex fiera

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera – Le impronte degli ex container

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera . L’interno di una “casetta”

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera – Lo stendino improvvisato

Campo migranti ex fiera

Campo migranti ex fiera 

Viterbo – (sil.co) – Campo all’ex fiera, a mezzogiorno dell’altro ieri dei container appena smontati erano rimaste soltanto le impronte sul terreno. Basta dare un’occhiata per vedere che due container erano adiacenti, poi ce n’era un terzo sulla destra, un paio che erano posizionati sfalsati, tra i cassoni  ancora in piedi. A occhio ne avranno portati via 5-6, meno di una decina.

C’è aria di smantellamento. Ma il piazzale usato come parcheggio ai tempi d’oro delle esposizioni, e oggi costellato di ciuffi di erba secca, non è deserto.

Prima traccia di vita uno stendino improvvisato, una rete da calcetto,con pochi panni ad asciugare. Poi la porta aperta di una “casetta”, che rende lecito sbirciare: dentro solo pochi oggetti,  gli armadietti spalancati, una branda chiusa appoggiata a una parete e un letto sfatto.

All’improvviso si muove qualcosa, anzi qualcuno. E’ un giovane che, visti gli estranei, scappa dentro un container, chiudendosi la porta dietro. Un lampo. 

Dal fondo del campo spuntano alla spicciolata tre ragazzi, di carnagione e capelli scuri, sopracciglia folte e taglio degli occhi orientaleggiante.

Si avvicinano senza timore, salutano con la mano e quando sorridono mostrano denti candidi. Caspita. Visti da vicino sono proprio giovani. Giovanissimi. Ti viene il dubbio che siano ancora minorenni. Ma non deve essere molto che hanno compiuto 18 anni. 

Non parlano italiano, solo un po’ d’inglese. “Io però sto imparando l’italiano”, dice uno dei tre e si vede che è orgoglioso. Fatti i dovuti complimenti, ci si appiglia a lui per instaurare un dialogo. Le prime due parole sono “ciao” e “scusate”. In fondo siamo ospiti a casa loro. Ma è meglio l’inglese, pure maccheronico.

“Where are your friends?”, “What do you do here?”, “Where do you come from?”. L’abc. Dove stanno i vostri amici, che fate qui, da dove venite?

Tra “twenty” e “forty” ci vuole un po’ a capire. Twenty, in italiano venti, è il numero di quelli che resteranno al campo ancora per qualche giorno. Forty, quaranta, è il numero di coloro che se ne sono andati.

A fatica si capisce: “Quelli partiti sono un po’ in un hotel di Viterbo e un po’ nel centro d’accoglienza di Acquapendente. Noi per ora restiamo qui. We stay here for now”. 

Loro tre vengono dal Bangladesh, con l’accento tonico sulla seconda “a”. Banglà-desh. Suona strano. Ogni pensiero è buono per distrarsi.

La temperatura estiva farebbe pensare alle vacanze. Poi si alza un filo di vento e uno dei panni stesi ad asciugare sullo stendino cade a terra. Un giovane si china per raccoglierlo. Un piccolo gesto quotidiano in un luogo dove la quotidianità, come la intendiamo noi, non sembra proprio di casa.

Alla partenza salutano con la mano, come all’arrivo. Chissà cosa si aspettano dal futuro. Buona vita ragazzi. 


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25 maggio, 2017

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