Viterbo – Frode carosello da milioni di euro, 21 richieste di custodia cautelare, quattro viterbesi agli arresti domiciliari. Si tratta di tre uomini e una donna, residenti tra il capoluogo e la bassa Tuscia, presunte “teste di legno” dell’organizzazione. Ieri sono comparsi davanti al gip del tribunale di Viterbo.
Sedici su ventuno le richieste di misura cautelare accolte dal giudice per le indagini preliminari, tra cui quelle relative ai quattro viterbesi, sentiti ieri dal gip del tribunale di Viterbo per gli interrogatori di convalida. Interrogatori cui gli indagati si sono presentati, nel primo pomeriggio, scortati dalla guardia di finanza.
I sedici arrestati, secondo l’accusa, sono responsabili, insieme ad altri 5 indagati, di una frode fiscale di circa 18 milioni di euro. L’operazione, nel cui ambito sono stati sequestrati anche beni per oltre 1,5 milioni di euro, fra cui 130 reperti archeologici recuperati al patrimonio culturale dello stato, costituisce l’epilogo di indagini dirette dalla procura di Velletri che avrebbero consentito di scoprire un giro di fatture false finalizzate all’evasione dell’Iva nel commercio di prodotti informatici, e ad assicurare, secondo l’accusa, ingenti e indebiti guadagni agli autori della frode.
Gli accertamenti avevano riguardato inizialmente una società di Ciampino che, in un anno, avrebbe acquistato prodotti hi-tech per oltre dieci milioni di euro: successivamente si sarebbero estesi a macchia d’olio portando alla scoperta di una serie di società cartiere che, intestate a teste di legno e sprovviste di qualsivoglia struttura operativa, erano funzionali alla realizzazione della frode all’Iva “carosello”. Venivano, secondo l’accusa, interposte solo formalmente nella compravendita delle partite di merce, con lo scopo di assumersi l’integrale debito Iva, che non sarebbe mai stata versata all’erario. Le imprese effettivamente destinataria della merce, avrebbero maturato consistenti crediti di imposta nei riguardi dello stato e, grazie al risparmio conseguito con il mancato versamento dell’Iva, potevano praticare, secondo l’accusa, prezzi estremamente competitivi in danno agli altri operatori rispettosi delle regole.
Le fiamme gialle del gruppo di Frascati, che sono riuscite a ricostruire l’intero giro d’affari delle società coinvolte e i movimenti finanziari sottesi alle transazioni commerciali in assenza di qualsivoglia documentazione amministrativo-contabile, hanno individuato tutti i membri dell’organizzazione, ognuno dei quali con ruoli ben definiti, capitanati dall'”imperatore” o dall'”ammiraglio”, come era chiamato il dominus dai suoi complici, che avrebbe diretto e coordinato l’attività da una casa popolare di Civitavecchia.
Sulla base degli elementi raccolti dai militari, il gip di Velletri ha disposto il sequestro preventivo di 5 immobili, di denaro contante, automezzi e quote societarie, finalizzato alla confisca “per equivalente” in relazione alle imposte evase, agli interessi e alle sanzioni.
Nel corso di una delle perquisizioni domiciliari nelle abitazioni degli indagati, è stato anche scoperto un piccolo museo privato, costituito da 130 preziosi reperti di età etrusca, romano-imperiale e repubblicana, che sono ora in mostra al museo Tuscolano di Frascati.
All’esito delle indagini sono state deferite all’autorità giudiziaria 16 persone e sono state effettuate verifiche fiscali volte a recuperare i tributi evasi. Tra le 16 misure di custodia cautelare agli arresti domiciliari accolte ci sono i quattro viterbesi, presunte teste di legno dell’organizzazione.
Per svolgere il ruolo fittizio di amministratori avrebbero percepito compensi attorno ai 1600 euro al mese.
I quattro viterbesi ai domiciliari sono stati per l’appunto chiamati ieri a chiarire la propria posizione davanti al giudice delle indagini preliminari, che li ha sentiti su delega del collega capitolino.
Per i difensori sarebbero stati coinvolti a loro insaputa, trovandosi inconsapevolmente ai vertici di società di comodo, messe in piedi per fungere da mero schermo societario a un imprenditore occulto.
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