Viterbo – Le donne in provincia di Viterbo hanno una marcia in più, anche in epoca di crisi economica. Oltre 10 mila imprese registrate alla camera di commercio. Le donne nella Tuscia rappresentano il 27,3 per cento delle imprese economiche che lavorano sul territorio. Numeri da primato regionale, con un ottimo piazzamento a livello nazionale. Ben sei punti in più rispetto al dato del Lazio (21,9 per cento) e di quello italiano (21,8). A metterlo nero su bianco, l’ultimo rapporto Polos della camera di commercio di via fratelli Rosselli.
C’è comunque ancora molta strada da fare, come fa notare uno studio della Uil Lazio, in collaborazione con Eures. Secondo il rapporto del sindacato, mantenendo comunque le condizioni attuali, nel Lazio e in provincia di Viterbo la parità di genere sarebbe realizzabile soltanto tra 200 anni.
Resta tuttavia l’unico dato positivo dal punto di vista lavorativo. Perché la Tuscia ha quasi dieci punti in più di disoccupazione giovanile (44/45% di disoccupazione giovanile nella Tuscia, 37 in Italia), il tasso di disoccupazione generale è al 14,9% contro l’11,7 per cento del nazionale. Fra l’altro le donne viterbesi sono anche le più svantaggiate sul mercato stesso del lavoro e più colpite dalla disoccupazione rispetto agli uomini. Non solo, ma quando si decide di affidare un lavoro, nella Tuscia le persone scelgono molto spesso di rivolgersi agli uomini anziché le donne.
A “Viterbo, l’occupazione maschile (67,4%) supera di oltre 20 punti percentuali quella femminile (44,4%)”, sta scritto nel rapporto Polos”. E tutto questo è “frutto di un sistema che tende a sfavorire la componente femminile e che non incentiva, insieme ad altri fattori, l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro. Non a caso il tasso di attività, che rappresenta l’offerta di lavoro da parte della popolazione, registra tra gli uomini un valore (77,5%) superiore a quello delle donne (54,3%) di 23 punti percentuali. Differenze più contenute ma sempre elevate si registrano per il tasso di disoccupazione pari al 12,8% per la componente maschile e al 18% per quella femminile. In questo contesto occorre evidenziare come le differenze di genere registrate nella provincia di Viterbo riflettano una situazione ampiamente diffusa su larga parte del territorio regionale e nazionale.
Anche tra i giovani la componente femminile risulta svantaggiata rispetto a quella maschile. Nel 2016 il tasso di disoccupazione per le giovani donne è stato del 48,7% mentre per gli uomini il tasso è quasi raddoppiato dal 22,6% del 2015 al 43,7%. Il divario tra i due sessi è superiore a quello registrato a livello regionale e nazionale”.
“Il settore di gran lunga più rappresentativo per la provincia di Viterbo – spiega il rapporto Polos – è quello dell’agricoltura, che raccoglie quasi un’impresa femminile ogni due (il 43,8%), segue quello del commercio, con un’incidenza del 23,6%, e a grande distanza, con un numero di imprese notevolmente inferiore, i servizi di alloggio e ristorazione con il 7,2%. Per difficoltà in parte oggettive e in parte culturali alcuni settori sono estremamente sottodimensionati, in particolare i trasporti e l’edilizia che contano solo 241 imprese, pari al 2,6% dell’imprenditoria femminile, a fronte di percentuali molto più elevate per l’intero sistema economico. Anche nelle attività manufatturiere l’imprenditoria femminile rappresenta solo il 17,3% del totale, con una notevole variabilità tra i comparti di questo macrosettore. Settore particolare quello delle altre attività di servizi con l’importante componente dei servizi personali, che conta solo il 7,5% del totale dell’imprenditoria femminile provinciale ma che rappresenta ben il 57,4% di tutte le aziende che svolgono questa attività economica”.
Nonostante una situazione tutt’altro che rosea, in provincia di Viterbo le donne che scelgono di fare impresa aumentano e conquistano sempre più spazio. Intercettando anche un trend nazionale – forse addirittura l’unico – evidenziato da un altro rapporto, “Donne al lavoro. La scelta di fare impresa” di Censis e Confcooperative.
“In questi anni di crisi le donne si sono rese protagoniste del cambiamento – ha detto la presidente di Confcooperative Lazio Nord, Bruna Rossetti – Anche in provincia di Viterbo. Affrontando la crisi mettendosi fin da subito in gioco, partendo infine da proposte e soluzioni innovative. Con il mondo della cooperazione che diventa sempre più un punto di riferimento per il suo contatto diretto con il territorio e la capacità di gestire servizi rivolti alle persone e alle imprese”.
“Di fronte al fallimento nella ricerca del ‘posto di lavoro’ – sottolinea il rapporto curato da Censis e Confcooperative – l’opzione del mettersi in proprio diventa quindi più percorribile, grazie anche agli sviluppi delle tecnologie della comunicazione e ai costi decrescenti nell’avvio di un’attività imprenditoriale o autonoma…Il lavoro, in sostanza, sfuma nell’’attività’, aggiungendo al rischio di disoccupazione quello della precarizzazione, quest’ultimo esteso a fasce dell’occupazione prima considerate al riparo da tale eventualità”.
La vera sorpresa “la riserva l’andamento dell’occupazione nelle libere professioni. In questo segmento – proseguono Censis e Confcooperative – la crescita delle donne è continua nei dieci anni (a esclusione del 2009) e consistente nonostante la crisi. Il saldo positivo totale, a fine periodo, è di 259mila professionisti, di cui 170mila sono attribuiti alle donne e i restanti 89mila agli uomini. L’incremento porta le professioniste al 5,1% delle occupate contro il 3,5% del 2007. Considerando nell’insieme la performance decennale dei tre segmenti principali dell’occupazione indipendente (imprenditori, lavoratori in proprio e liberi professionisti), è evidente la tenuta della componente femminile, che cresce nonostante tutto di 71mila occupate, mentre quella maschile accusa un ridimensionamento di oltre 300mila unità”.
Attenzione, si tratta però di una crescita che riguarda soltanto il settore privato. Infatti, “secondo i dati del Miur e di Almalaurea – dichiara il segretario generale della Uil Viterbo – le donne nel Lazio ottengono migliori risultati in termini di scolarizzazione. Eppure soltanto il 35% dei dirigenti degli enti locali è rosa, contro il 65% degli uomini (con un gap di 30,1 punti percentuali) e anche tra gli eletti in parlamento vi è uno scarto di 28,1 punti percentuali (64% contro 36%). Differente anche lo stipendio. La retribuzione oraria media di una donna è di circa 2 euro inferiore a quella degli uomini, 15,6 euro per gli uomini contro 13,6 euro per le donne e, tra i laureati, a tre anni dalla fine degli studi si ha uno scarto retributivo di ben 307 euro, 1.398 euro il guadagno medio degli uomini contro 1.091 euro per le donne”.
“Il rapporto della Uil Lazio – conclude Giancarlo Turchetti – parla di una parità uomo-donna sul posto di lavoro realizzabile soltanto tra 200 anni. Questo non significa però che il ruolo maschile nei luoghi di lavoro resterà inalterato. Le donne hanno mostrato in questi anni una grande capacità di risposta alla crisi, mentre tutta una serie di posizioni maschili sono state spazzate via dalla crisi stessa aprendo spazi di manovra che l’imprenditoria femminile ha saputo sfruttare in modo intelligente conquistandoli e gestendoli in modo innovativo e con prospettive all’avanguardia. Come se fosse iniziato un nuovo percorso dal punto di vista imprenditoriale e lavorativo. Quindi, i duecento anni potrebbero porre a mio avviso anche un altro interrogativo. Raggiungimento della parità di fatto o il punto di arrivo di un percorso che vedrà una vera e propria trasformazione dei rapporti di forza uomo-donna?”.
Daniele Camilli
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