Viterbo – Era uno degli “scissionisti” di Secondigliano, gli “spagnoli” di cui Roberto Saviano racconta in “Gomorra”.
Li chiamano così perché il loro capo Raffaele Amato fuggì a Barcellona prima della faida che insanguinò Scampia tra il 2004 e il 2005. Ma, soprattutto, sono i fuoriusciti del clan Di Lauro, che non gradivano la nuova gestione dei figli del boss “Ciruzzo ‘o milionario”.
In quella costola ribelle c’era anche Massimiliano Vinciguerra, stretto collaboratore di Amato, che degli scissionisti era il leader. A Mammagialla, Vinciguerra sta espiando una condanna per tentato omicidio, armi, droga e associazione a delinquere di stampo mafioso.
È al 41-bis, ma per ottenere la detenzione in regime ordinario ha ingaggiato un lungo braccio di ferro con tribunale di sorveglianza di Roma e Cassazione. Partita persa: né l’uno né l’altro hanno accolto la sua impugnazione alla proroga del carcere duro.
Per gli scissionisti, Vinciguerra sarebbe stato un factotum: “killer, addetto alla consegna di grossi quantitativi di stupefacente e comunque soggetto di sicura affidabilità per gli elementi apicali del clan”, scrivono i giudici. Da qui, la “probabilità che, se detenuto in regime ordinario, comunicasse indebitamente con l’esterno”.
Per la difesa, il tribunale di sorveglianza è stato troppo severo: Vinciguerra, secondo il suo avvocato, sarebbe stato solo una specie di ‘soldato semplice’ del clan. Una sentenza della Corte d’appello di Napoli del 2012, passata in giudicato, lo identificherebbe come un membro qualsiasi dell’associazione di stampo mafioso e non come un cardine. Ma la Cassazione non decide nel merito. Poteva solo cercare vizi nella decisione del tribunale: non ne ha trovati. E Vinciguerra, oltre al carcere duro, dovrà pagare le spese processuali.
Stefania Moretti
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