Viterbo – Basta un niente ed è subito razzismo.
Che su Facebook le pagine inneggianti al fascismo proliferino non è un mistero. Che molte abbiano l’insulto ai migranti come hobby principale è un dato di fatto.
“Patria indipendente”, il periodico cartaceo e online dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, ne ha contate almeno trecento, in una recente ricerca sul social ideato da Mark Zuckerberg. Trecento “palesemente apologetiche”, secondo i giornalisti del periodico. E Facebook non solo non le cancella ma non ne ha la minima intenzione. Perché la grande comunità del social blu è sparsa per tutti i continenti e, in questo megacontenitore, le singole regole dell’ordinamento italiano – apologia del fascismo compresa – diventano puntini minuscoli.
Ma neanche questo è assurdo. Quello che è davvero difficile da comprendere è come il razzismo riesca a scaturire perfino dal falso. Non un falso qualunque ma uno di quei falsi che, sempre in tema di ordinamento italiano, nelle aule di giustizia prenderebbe il nome di “falso grossolano”. Un falso talmente falso che comporta l’assoluzione dell’imputato. Perché, nel mondo reale, si presume che un falso grossolano non inganni nessuno.
Nel mondo virtuale non è così. Ed ecco che perfino un falso grossolano viene preso per “vero”. E provoca reazioni. Commenti. Addirittura indignazione. E infine razzismo.
Come sulla pagina “Benito Mussolini – Aforismi e opere”. L’ultima “chicca” – se volete divertirvi o impazzire nel notare con quanta facilità viene preso per vero un falso grossolano – è la foto di due immigrati ospiti di una struttura di accoglienza che esibiscono un cartello con scritto: “Vogliamo fighe bianche e password wi-fi”.
Al di là – mica tanto – della (in)credibilità intrinseca del contenuto, i segnali per capire che si tratta di falso – e di falso grossolano – ci sono tutti. Basti soffermarsi sui caratteri della frase, difficilmente scritta a penna dai due immigrati, o sulle macchie sul cartello, inequivocabili tracce di fotoritocco. Ma poi: “fighe bianche”? Suvvia! Pensate davvero sia opera di un ghanese o di un qualunque immigrato dell’Africa nera? Qualcuno sì. Più di qualcuno. Ed è qui l’assurdo. Perché questo post, al momento della stesura dell’articolo, ha registrato 1100 condivisioni e 1100 commenti. Molti razionali. Molti altri decisamente no.
C’è una mandria impazzita di “opinionisti” che spreca rabbia inutilmente nociva per un fake. “Ingrati”. “Ma dove sta lo Stato?”. “Zulu maledetti” e un lunghissimo elenco di offese irripetibili.
Neanche le bufale su Facebook sono una novità. Eppure c’è chi continua ad abboccare imperterrito.
A questi signori dal commento facile, un umile consiglio: aprite gli occhi, chiudete la bocca, scrivete meno (che spesso vi riesce anche male, grammaticalmente parlando). E soprattutto guardatevi dal credere istantaneamente a qualunque immagine vi venga spacciata in rete per vera. La miglior difesa dalle bufale siete voi. A patto di ragionare.
Holly Golightly
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