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La politica delle piazze vuote... Non basta un festival per riempirle, servono i "cives" che forse non esistono più

Una piazza è vivere davvero insieme…

di Antonello Ricci
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Antonello Ricci

Antonello Ricci

Viterbo - Piazza del Plebiscito - Prefettura e comune

Viterbo – Piazza del Plebiscito – Prefettura e comune

Il mercato a piazza del Comune - Foto collezione Silvio Cappelli

Il mercato a piazza del Comune – Foto collezione Silvio Cappelli

Viterbo – Cara Tusciaweb, a proposito di piazze e di dibattiti… Vorrei dire la mia…

Piazza bella piazza. Ragazze belle e cani pazzi. Vere di pozzo e pezzi di pane.
Una piazza. Mi son fatto due conti: sono ormai vent’anni che nelle piazze – e un po’ anche “delle” piazze – ci campo.
Nelle piazze io vado a raccontare le mie storie.

Ci avrò incontrato e intrattenuto ormai qualche decina di migliaia di cittadini: dalla scuola materna ai centri anziani. Centinaia e centinaia di eventi, di pubbliche narrazioni. Dovrei saperlo bene, che cos’è una piazza. Eppure.

Se mi fermo un momento e (zitto-zitto) me lo chiedo, mi rendo conto che ancora non lo so per davvero e fino in fondo: che cos’è una piazza?
Certo non bastano i festival – che pure apprezzo, che certo creano valore e che questa nostra amata quanto negletta Viterbo-Cenerentola hanno contribuito a cambiarla in meglio – a far rivivere le piazze.

Perché non basta riempirle di gente, le piazze.

Una piazza non è semplicemente un luogo affollato. Una piazza è polis. E non c’è provvedimento politico-amministrativo, anche il più saggio, che possa, lasciato a sé stesso – resuscitarle (il politico è un uomo, non un eroico demiurgo). Perché “piazza” è una pellicola sottile di relazioni di vita: è vivere davvero insieme. Essere-sentirsi-fare comunità. Piazza significa un permanente incontrarsi. Anche tra generazioni (e qui la lingua batte, ahimè, dove il dente duole di più).

Quel che in questi dibattiti – sempre utili, a volte anche profondi – quasi mai abbiamo il coraggio di ammettere è che non c’è più piazza perché noi siamo cambiati. E intendo dire: noi tutti. In un fulmineo pugno d’anni una nuova pedagogia di cose – chioserebbe Pasolini – auto smart e praterie digitali degli smartphone in testa – ha sconvolto per sempre il mondo che conoscevamo. Portandoci via molto di quel che amavamo. Piazze comprese.

E non basterà la nostra nostalgia a riportarle in vita, le piazze (né certo il nostro livore contro l’amministratore di turno). Non servirà riempirle di consumi (e consumismo). Il consumatore non è più, di per sé, un cittadino.

Una piazza esiste solo se esistono i suoi cives. E noi non esistiamo più da tempo.
Qualcuno dirà: a Viterbo è anche peggio. A Viterbo è molto peggio che altrove. Non so che rispondere. Forse è così.
So solo che vivo da sempre nel centro storico di questa città (girandola felicemente) “a piedi”. E mentre sui social impazza la canizza contro amministratori e assessori di turno per il caos in cui versa la raccolta differenziata, vedo ogni giorno lo scempio d’inciviltà e ignoranza di molti, troppi “concittadini”: il cui senso di cittadinanza, di appartenenza, di responsabilità e condivisione si arresta sullo zerbino di casa: fuori è solo jungla e savana. Ove vige la legge del più forte e soprattutto – ahimè – del più furbo.

Così come vedo che mentre il comune – magari un po’ troppo “d’ufficio”, sono d’accordo, e forse senza una vera strategia a lungo termine – prova a chiudere le piazze al traffico, certi slavati e infelici fantasmi che ci ostiniamo a chiamare “cittadini” parcheggiano i loro suv sulle fontane medievali: per andarsi a fare l’apericena a comprarsi le sigarette a mangiarsi una pizza.
Non so molto altro. So però che qualunque politica ambisca a ridar vita alle piazze, a rieleggerle a cuore della polis, dovrà insieme lavorare, con vigore, a ricreare consenso e partecipazione intorno a un nuovo spirito di comunità. Quest’ultimo, “lo zeitgeist della contrada”, è la vera scintilla, l’anima della polis: un paesaggio affacciato sul futuro.

E il tuo contributo, Antonello – potrebbe giustamente chiedere qualcuno – qual è? Io per me ho già deciso, ormai da tanti anni, qual è il mio piccolo compito, il mio minimo contributo di civiltà: continuare a uscire nelle piazze, per quanto deserte siano, a raccontare i miei racconti. Perché finché c’è un uomo che racconta in mezzo ad altri che sostano e ascoltano, lì c’è ancora un sogno di piazza e umanità, di città, di dignità condivisa. Lì palpita ancora una speranza.

Antonello Ricci


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1 ottobre, 2017

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