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Spettacolo - Intervista a Gianluca Saggini, violista di fama internazionale col pallino per il teatro dell'Unione, che suonerà con l'orchestra Filarmonica di Berlino

Un viterbese sul “tetto del mondo” della musica sinfonica…

di Maria Letizia Riganelli
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Gianluca Saggini con la sua viola

Gianluca Saggini con la sua viola

Gianluca Saggini con la sua viola

Gianluca Saggini con la sua viola

Gianluca Saggini

Gianluca Saggini

Gianluca Saggini

Gianluca Saggini

Viterbo – Parla della sua viola e l’aria intorno vibra come se stesse suonando. E gli occhi si illuminano e il sorride esplode. Lo fa con tale naturalezza e umiltà che sembra più un innamorato che un musicista di fama internazionale che si appresta a salire sul palco della Filarmonica di Berlino per suonare con i Berliner. 

“Quelli” che, per chi dedica la vita alla musica, rappresentano il tetto del mondo.

Gianluca Saggini viterbese di 44 anni in questi giorni è nella capitale tedesca con la sua viola. “Mi hanno chiamato per una collaborazione – racconta – gli serviva un extra player per integrazione all’organico. E’ stato un fulmine a ciel sereno e per me rappresenta un privilegio, una fortuna e un immenso orgoglio”. E’ il primo viterbese a riuscirci.

Gianluca Saggini è arrivato a Berlino il 16 ottobre e dopo due giorni di prove si esibirà insieme alla Berliner Philahrmoniker il 19, 20 e 21 ottobre. L’ultimo concerto sarà trasmesso in streaming sulla piattaforma digitale della Filarmonica. 

Ma chi è Gianluca Saggini? Nasce a Viterbo nel 1973. A 14 anni inizia a studiare musica alla scuola musicale di Viterbo sotto la guida di Giusto Cappone (leggendaria prima viola dei Berliner Philahrmoniker di Karajan). Diplomato a 18 inizia a girare l’italia e il mondo con la sua viola. Nel 1999 Riccardo Chailly lo sceglie quale prima viola dell’orchestra sinfonica Verdi di Milano. Da lì in poi cominciano le sue collaborazioni, come prima viola, con le maggiori orchestre italiane dalla Scala al San Carlo. E’ stato seconda viola dell’orchestra filarmonica Toscanini di Lorin Maazel. Nel 2004 quando ha deciso di dedicare la sua vita al Quartetto d’Archi e alla musica da camera diventando  il violista del Quartetto Bernini. Dal 2014  è la prima viola dei Solisti Aquilani. 

Un curriculum impressionante. Come è entrata la musica nella sua vita?
“La musica è sempre stata presente nella mia vita, in maniera molto naturale. E’ partita senza uno stimolo esterno. Posso dire che è stata quasi una necessità. E a 14 anni ho deciso di provare a entrare nella scuola musicale di Viterbo. Suonavo a orecchio il pianoforte ma non conoscevo la musica e per pianoforte non mi presero. Ma un insegnante vide qualcosa in me e mi propose di entrare nella scuola per suonare il violoncello. Dissi e no e così mi propose la viola. Non sapevo nemmeno cosa fosse, ma accettai”.

Quando ha capito che la viola era la sua scelta di vita?
“Che la musica avesse fatto parte della mia vita è una cosa che ho sempre saputo, non mi erano chiari i mezzi. Ho capito che con la viola poteva funzionare dopo l’esame del quinto anno. Avevo 18 anni e avevo trovato la mia direzione. Ovviamente tra capire la direzione e essere convinto di fare un percorso c’è una bella differenza. Anche perché servono molti stimoli per continuare e io qui, nonostante un insegnate grandioso come Giusto Cappone, che è stata davvero la mia fortuna, non ne avevo. Così ho iniziato a guardare fuori da Viterbo”. 

E dove li ha trovati?
“Suonare uno strumento è adattare la meccanica del proprio corpo a un corpo estraneo, cresci e ti modifichi con e sullo strumento. C’è una scoperta che diventa sensazione fisica e allo stesso tempo una ricerca che lo studio da solo non può dare. I primi stimoli sono arrivati con la stagione italiana di Piero Farulli, che oltre ad essere stato importantissimo per me, mi ha fatto avere anche i primi attestati di stima esterni. Poi con il diploma ho iniziato a girare. Ho studiato a Berlino e moltissimi altri posti. E anche ora continuo a studiare, a cercare e trovare soluzioni alla ricerca di una qualità musicale sempre più alta”.

E’ grazie a questa ricerca che è arrivato alla Filarmonica di Berlino?  
“Per me è privilegio, un fortuna quella di suonare con la filarmonica di Berlino. Non sto entrando di fatto nell’orchestra, entro come extra player, un’integrazione di organico. Ma suonerò con loro. Mi hanno notato al Viola Fest, un meeting di violisti nazionale, mi hanno ascoltato e il mese dopo mi è arrivato un messaggio in cui mi chiedevano se avessi piacere di suonare con loro”. 

Mentre racconta la “chiamata” non riesce a smettere di sorride…  è un sogno che si avvera?
“Sono cresciuto col mito della Filarmonica, il mastro Cappone mi raccontava spesso la sua esperienza, all’epoca rappresentava il tetto del mondo e ancora oggi è l’orchestra più importante del mondo. Ed è pazzesco, un grande privilegio e un’esperienza professionale che vivo con la felice consapevolezza che mi abbiano riconosciuto il merito di suonare con loro”.

E dopo Berlino?
“Non mi sentirò mai arrivato, sarebbe la fine. Nella mia carriera musicale ho avuto il privilegio di suonare con musicisti di livello molto, molto alto, di collaborare con le più importanti orchestre al mondo. La Filarmonica di Berlino è stata un fulmine a ciel sereno, una gioia pazzesca che spero si ripeta ancora, ma dal punto di vista orchestrale non posso ambire di più. Quindi dopo Berlino continuerò nella mia ricerca e nel mio studio. Faccio parte dei Solisti Aquilani, gruppo dove suono da 4 anni, con il quale faccio cose davvero importanti e sempre nuove. Tra noi c’è un continuo interscambio e la voglia di crescere insieme, quella che alla fine dà energia vitale. Tra l’altro con loro sono venuto due volte a suonare a Viterbo e vorrei riuscire a riportarli. Il mio pallino è quello di suonare con loro al teatro dell’Unione”.

Hai calcato i palchi dei più importanti teatri al mondo perché il pallino di Viterbo?
“L’Unione ha un’acustica molto, molto bella per la musica e mi piacerebbe farci un concerto. In realtà mi piacerebbe che tornasse in generale ad essere vivo, che si animasse a prescindere dai miei concerti. Che vivesse di opere, di una stagione teatrale vera e di una stagione concertistica. Tutte cose che possono coesistere. E certo, poi mi piacerebbe suonarci”.

Un po’ di Viterbo è anche nella sua ultima produzione col Quartetto Bernini di cui fa parte…
“Il mensile Amadeus a gennaio 2017 è uscito con il nostro’ultimo cd, realizzato in collaborazione con Giovanni Sollima. Una produzione di cui vado davvero fiero, registrata proprio qui a Viterbo. Esattamente due piani sotto la sala del Conclave di Palazzo dei Papi. Questa però non è l’unica produzione recente, da pochissimo ha finito registrare un pezzo con il compositore Cristiano Serino. Un altro grandissimo musicista a cui sono molto legato”

Qual è il momento della sua carriera che ricorda con maggiore intensità? Il punto fermo che non può dimenticare?
“Ho diversi punti fermi. Ma il primo, e al solo pensiero mi vengono i brividi, è sicuramente la prima prova con l’orchestra giovanile italiana. Eseguivo la settima sinfonia di Beethoven. Indimenticabile. Un’emozione che non riesco a descrivere. Suonare uno strumento è anche una sensazione fisica, qualcosa che non si dimentica. Poi ce ne sono molti altri che resteranno fermi…”

Lei possiede una viola molta antica. Uno strumento realizzato a Milano nel 1692…
“E’ arrivata tra le mie mani con un colpo di fortuna. Non si trovano facilmente strumenti così. L’ho cercata in giro per il mondo, per più di dieci anni. Con tutti gli strumenti che ho si instaura un legame molto forte, a prescindere dalla qualità. Con gli strumenti moderni si inizia un percorso insieme. Iniziano a vivere con te. Sei tu che cresci lo strumento e lo rendi tuo, si impara a vibrare insieme. Uno strumento antico è una storia diversa, ha una sua personalità è lui che ti dà una direzione, non puo pretendere di suonare come vuoi tu, devi capire come vuole essere suonato. E se riesci a camminare insieme a uno strumento così arriva qualcosa di magico. Ovviamente la mia viola antica verrà con me a Berlino. E’ lei che fa in modo che io riesca ad esprimermi in un certo modo. Una cosa che mi riesce difficile esprimere a parole. Chi ascolta capisce meglio quello che voglio dire. E non serve assolutamente un orecchio allenato”.

Maria Letizia Riganelli


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20 ottobre, 2017

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