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Università della Tuscia - Intervista ad Alfredo Di Filippo, scienziato con la passione del tree climbing

“Foreste Vetuste, dall’Unesco alla National Geographic Society”

di Maria Letizia Riganelli
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Alfredo Di Filippo

Alfredo Di Filippo

Faggeta di Monte Fogliano

Faggeta 

Erba alta e incuria alla Faggeta

La faggeta

Viterbo – Il 7 luglio 2017 l’Unesco ha ufficialmente riconosciuto le faggete vetuste del Parco degli Abruzzi, del Casentino, Pollino e Gargano e i nuclei ubicati nei comuni di Soriano nel Cimino e Oriolo Romano, patrimonio dell’umanità. Queste dieci faggete si aggiungono ad altre 68 in Europa.

Dietro alla montagna di lavoro che ha portato a questo riconoscimento c’è un team di scienziati e tecnici dell’Università della Tuscia che insieme hanno tagliato un traguardo importante per il territorio e per la loro professione. 

Il responsabile è Alfredo Di Filippo, giovane ricercatore del dipartimento Dafne dell’università della Tuscia con la passione per il tree climbing. Hanno lavorato con lui il professor Gianluca Piovesan (esperto di dendrologia), Andrea Barbieri, Emanuele Presutti Saba e Luca di Fiore (rilievi sul campo) e Michele Baliva (analisi di laboratorio).

Nonostante il riconoscimento sia arrivato più di sei mesi fa, il lavoro non è ancora finito. Sia perché la strada è lunga, sia perché, di questo importante risultato, se ne è accorta anche la National Geographic Society che ha voluto finanziare un progetto di ricerca proprio sulle faggete vetuste.

Alfredo Di Filippo a che punto siamo arrivati col riconoscimento Unesco?
“Siamo arrivati al punto che le migliori faggete vetuste italiane, insieme a quelle europee, sono patrimonio dell’umanità. Abbiamo creato una rete di 12 stati e 78 faggete che sono state scelte come migliori per naturalità”.

Quanto tempo c’è voluto? Quanto lavoro c’è stato?
“Il lavoro è stato immenso. In totale ci abbiamo impiegato cinque anni. Sono stati coinvolti 300 tra scienziati ed esperti a livello europeo. Con i quali ci siamo incontrati, nel corso degli anni, in workshop sul tema. E’ stata una collaborazione assidua tra scienziati, tecnici e governi. Ed è proprio questo aspetto che l’Unesco ha premiato e riconosciuto”.

E adesso che il riconoscimento è arrivato cosa succederà?
“Queste faggete, che hanno già un alto livello protezione, dovranno iniziare ad essere gestite in un’ottica mondiale. Con una gestione integrata tra partner europei. Serviranno occhi diversi per la conservazione e monitoraggi mirati per mantenere la loro integrità”.

Quanto è stato gratificante l’ottenimento del riconoscimento Unesco?
“Immenso. E’ stato il riconoscimento dell’attività di ricerca svolta qui all’Università della Tuscia e degli sforzi scientifici di tanti anni. Il nostro lavoro infatti è stato quello di scrivere il dossier per la candidatura dei dieci ecosistemi italiani nell’ambito rete europea. Abbiamo descritto l’unicità di questi siti. Perché è vero che si fa parte tutti di una grande rete europea, ma ognuno si contraddistingue per avere unicità. In totale le faggete riconosciute dall’Unesco sono 78, ognuna ha un aspetto unico che caratterizza la realtà ecologica e biologica delle faggete europee. Di queste 78 dieci sono italiane. Dal punto di vista professionale è stato il riconoscimento dell’attività scientifica di tanti anni e soprattutto è stato un onore collaborare con scienziati e ambasciatori Unesco che hanno fatto un lavoro immenso per portare a casa questo risultato”.

In tutto questo cosa c’entra la National Geographic Society?
“La National Geographic Society ha approvato un mio progetto di ricerca che vuole studiare la struttura e la crescita dei faggi vetusti, che ricadono nella rete Unesco. Lo scopo è quello di studiare come sono fatti, crescono e come mai vivono così a lungo. Capire come questa specie riesca a raggiugnere età elevate in ambienti totalmente diversi. L’obiettivo centrale del progetto è quello di identificare le caratteristiche strutturali uniche che conferiscono la longevità ai faggi vetusti, e valutare se l’aumento di dimensioni ed età, nel contesto dei recenti cambiamenti climatici, possa esporre gli alberi ad un maggior rischio di mortalità. La National Geographic Society curerà direttamente la divulgazione dei risultati delle ricerche mediante i propri canali multimediali. Il progetto è iniziato in autunno e terminerà a giugno 2019.  Per portare avanti il progetto, che vuole misurare piante nella loro integrità, saranno utilizzate anche tecniche di tree climbing”.

Avete studiato, osservato, scalato tutte le foreste vetuste riconosciute dall’Unesco, quale le è rimasta nel cuore?
“Questo processo ha portato a riconoscere l’unicità di ogni foresta, ognuna ha un carattere unico. Non mi sento di scegliere, ognuna ha una storia e conoscendole bene tutte non ce n’è una che preferisco. La cosa più bella però è che un’unica specie dominante, il faggio, nel corso del tempo, è riuscita a colonizzare una vastissima varietà di ambienti in tutta Europa. Non a caso si hanno faggete a bassa quota, ad alta quota, in terreni vulcanici o calcarei. E questo fa sì che ogni foresta sia diversa e speciale”.

Maria Letizia Riganelli


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26 dicembre, 2017

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