New York – Allarme sottomarini russi nell’Atlantico settentrionale.
La minaccia si muove in profondità, puntando, probabilmente, ai cavi sui fondali oceanici che collegano l’America al resto del mondo. Il rafforzamento della presenza russa nell’Atlantico, per qualcuno, significa aria di guerra fredda. Di nuovo. Perché proprio ai livelli della guerra fredda, secondo il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, sarebbe tornata l’attività sottomarina russa. Stoltenberg lo ha dichiarato in un’intervista al Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung.
Per gli abissi dell’oceano Atlantico passa un milione di chilometri di fibra ottica. “La vulnerabilità dei cavi marini può mettere a rischio il nostro modo di vivere” ha affermato il capo della Difesa britannico, il generale Stuart Peach. Anche al largo del Regno Unito, secondo Peach, sarebbero stati registrati movimenti dei sottomarini russi proprio in quella zona, chiamata Giuk Gap, che gli aerei Nato controllavano costantemente durante la guerra fredda, per prevenire incursioni russe. Il monitoraggio, interrotto nel 2006, riprenderà l’anno prossimo. Perché quella strozzatura noratlantica di accesso all’oceano è considerata vitale dagli Stati Uniti, nel – malaugurato – caso di una crisi europea e mondiale.
I segnali non mancano. Dalle esercitazioni militari seguite all’annessione russa della Crimea nel 2014, cui la Nato ha risposto schierando l’esercito nei paesi baltici, agli investimenti russi nella difesa marittima. Il generale Robert Neller, capo dei marines, non poteva essere più chiaro, la scorsa settimana, visitando la base di Trondheim, in Norvegia: “Spero di sbagliarmi, ma c’è una guerra all’orizzonte e voi ci finirete in mezzo”.
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