Viterbo – “L’abbiamo visto e sentito, e si tratta di un fantasma”. Quelli che ti tirano per i piedi la notte e fanno rizzare il pelo quando meno te lo aspetti.
Emanuele Ottaviani e Adrian Fereru se la ridono e ci scherzano su. Ma fino a un certo punto. Perché c’è pure una foto, scattata per caso. Sullo sfondo una “presenza” che esce dal muro dei sotterranei del ristorante Paradosso, a cavallo tra i quartieri san pellegrino e Pianoscarano. Una delle zone più antiche di Viterbo.
Fotoracconto: Il fantasma del Paradosso
Una figura pallida e mogia, quasi in posa a impallare lo scatto. Come quelle foto di famiglia fatte per strada che quando le rivedi bestemmi per il tizio che t’è passato davanti rovinandoti lo scatto.
Il fantasma del Paradosso. Una contraddizione in termini… da paura. Magari uno che non ha pagato il conto.
Emanuele e Adrian hanno preso in gestione il ristorante un anno fa.
“Abbiamo subito cominciato i lavori di sistemazione dei locali, partendo dai sotterranei – racconta Emanuele – scattando foto qua e là per documentare un po’ quello che stavamo facendo”. Decine e decine di metri di cantine, una dopo l’altra, a sei/sette metri di profondità. Qua e là qualche resto di ceramica settecentesca e medievale.
“Quando poi abbiamo rivisto gli scatti, uno in particolare ci ha colpito. Un fantasma che esce dal muro”. Hae capito come!
E se non bastasse, una sera “io e Adrian – prosegue Emanuele – ci siamo fermati a dormire all’interno del ristorante. A un certo punto abbiamo sentito un rumore. Come un ticchettio di dita sopra il divano. Ma non c’era nessuno”. Deo caru. E il divano è finito in giardino.
A quel punto la cosa ha cominciato a farsi “seria”. Una specie di puzzle del paranormale. “Ripulendo una nicchia del giardino del paradosso – ha detto infatti Emanuele – abbiamo scoperto l’immagine di un uomo con barba e capelli lunghi”. Non era babbo Natale. “Ma il boia di Pianoscarano, la cui descrizione corrisponde esattamente alla figura scoperta in giardino”. Capoccione con capelli lunghi e barba incolta. Un hippie di qualche secolo fa.
“Non solo – spiega ancora Emanuele Ottaviani – ma sempre negli spazi esterni del ristorante”, popolati da gatti e papere che convivono in pace all’ombra di una splendida fontana del cinquecento, “ci sono i resti di una colonna funeraria e un vascone dove il boia si lavava le mani a fine lavoro…”.
Che fare? “Incuriositi da foto e rumori, abbiamo chiamato qualche sensitiva e due preti. Le prime ci hanno parlato di persone sepolte vive tantissimi anni fa nei sotterranei, in particolare una donna. Sempre nei sotterranei, ci hanno fatto poi accendere delle candele che pare siano simboli di pace per gli spiriti. Le abbiamo lasciate accese per tutta la notte e la mattina successiva erano completamente asciutte. Non era rimasta nemmeno una goccia di cera”.
Cos’hanno detto i sacerdoti? “Il primo – racconta Emanuele – si è incazzato per le candele invitandoci a non farlo più perché anziché calmare gli spiriti ne attirerebbe di nuovi. Il secondo è rivenuto su di corsa bianco come un panno lavato. Però, prima di andarsene c’ha detto che se volevamo che ritornasse avrebbe voluto altri due preti ad assisterlo”.
Come l’esorcista di William Friedkin, o come un tizio di Vetralla che una volta si calò nei sotterranei di Nepi per sistemare alcune tubature di metano che si erano rotte. A un certo punto gli altri operai lo sentirono gridare, “tira suuuu!!! tira suuuuu!!!”. “E che succede?! – gli disse uno di loro – Hae visto ‘n fantasma!”. “No! – rispose il tizio tornato in superficie – Erano sorce!”. “E che saranno mae du’ sorce!”.
“Che saranno mai?! – ribatté il tizio – Allora vacce tu! – ribadì infine il malcapitato – Perché quelle nun so’ sorce…so’ cuccodrille!!!”.
Daniele Camilli
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