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Cultura - L'obiettivo è creare un itinerario che percorra i posti vissuti e abitati da Santa Giacinta, tra Viterbo e Vignanello

Progetto di recupero dei luoghi Giacintiani

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Viterbo - L'Aromateria

Viterbo – L’Aromateria

Viterbo - La cella della penitenza

Viterbo – La cella della penitenza

Viterbo - Il quadro nell'Aromateria

Viterbo – Il quadro nell’Aromateria

Viterbo – A dieci anni dalle celebrazioni del bicentenario della canonizzazione di Santa Giacinta Marescotti (1585-1640), che hanno visto susseguirsi a Viterbo, la pubblicazione delle lettere autografe, la mostra iconografica e le giornate di studio, è opportuno fare il punto sul cammino compiuto, in questo periodo, dagli studi, dal culto, dalla fede.

Sono giunte da parte degli studiosi (Cesarini, Felini, Luzi, Angeli) nuove accezioni di dipinti, opere architettoniche, ceramiche, libri che hanno riguardato sia il culto di Giacinta sia il monastero di San Bernardino, così come si sono apprese nuove conoscenze sulla diffusione del suo culto nella Tuscia o nuove interpretazioni della sua religiosità (Osbat).

Ma tuttora manca un centro in cui il vasto mondo giacintiano trovi un punto di riferimento. Il recupero dei luoghi abitati da Giacinta, a Viterbo come a Vignanello, diventa il perno attorno a cui questa attività carsica di studi, culto e fede, si può ancorare e formalizzare in spazi vissuti, pieni di significato.

I luoghi Giacintiani sono l’unione questi spazi e creano un percorso storico e di fede, che possiede una grande suggestione artistica e ambientale. L’obbiettivo è quello di riproporre la figura di Santa Giacinta Marescotti attraverso un itinerario che consenta di ripercorrere fisicamente i suoi passi nei luoghi da lei vissuti e abitati.

Il monastero di San Bernardino a Viterbo fondato nel quattrocento è lo spazio che ha contenuto dall’inizio del seicento la vita di Giacinta, in cui è conservato il corpo e dove, ancora oggi, tra le suore nella clausura, abita la sua presenza. Presenza che si avverte nell’orto dove tra le cappelline affrescate, compiva la Via Crucis o nella cella della penitenza, in cui si isolava in preghiera, ma anche nella Aromateria, dove ha trascorso le ultime ore della sua vita.

Questi tre luoghi, che le sorelle del monastero vogliono rendere, in particolari situazioni, accessibili e visitabili, vanno prima di tutto recuperati e restaurati. Questo primo recupero serve per formare il nucleo iniziale dei luoghi Giacintiani, percorso che poi andrà ampliato con quelli fuori del monastero, primi fra tutti quelli di Vignanello.

Un progetto complesso da realizzare in più tempi, agendo di volta in volta su un luogo specifico, reso omogeneo da un sistema d’informazione e cartellonistica comune ed unitaria. I luoghi Giacintiani saranno un percorso che inizia dalla chiesa di SanBernardino accanto all’urna con il corpo della santa, prosegue nell’Aromateria sotto l’altare di papa Benedetto XIII, continua nella cella della penitenza di fronte al grande crocifisso, ridiscende nell’orto con le cappelle della Via Crucis e che infine raggiunge Vignanello dove nel castello Ruspoli incontra le stanze dove ha vissuto la sua giovinezza e che si conclude nella collegiata. Senza tralasciare a Viterbo, San Carlo a Pianoscarano e la Madonna delle Rose.

Un percorso che anche a Viterbo, consenta di realizzare quel turismo evangelizzato che sta diventando uno dei motori del turismo mondiale.


Luoghi Giacintiani – ipotesi di lavoro

Aromateria: è il luogo all’interno del Monastero di S.Bernardino, dove è morta Santa Giacinta e in cui è stato innalzato l’altare consacrato da papa Benedetto XIII nel 1726 in occasione della sua Beatificazione. L’Aromateria non era altro che una parte della spezieria del monastero da cui derivano tutte quelle ceramiche da farmacia che da diversi anni ogni tanto spuntano sul mercato antiquario italiano. La spezieria si trovava al piano terra in contatto con l’esterno, poiché era aperta a tutti che vi ricorrevano per medicamenti e preparati di erbe. La spezieria era anche utilizzata quale infermeria per le suore malate ed è per questo che Giacinta in fin di vita vi fu trasferita dalla sua cella e vi trascorse le ultime sue ore terrene.

L’Aromateria si compone di due stanze, una l’infermeria vera e propria, decorata con pitture alle pareti, l’altare, la pala dipinta da Labruzzi, l’altra più scarna, senza decorazioni, ma con un accesso su un cortile estereno.

Il progetto prevede di rendere queste due stanze accessibili dall’esterno del monastero passando dal cortile posto su via Pietra del Pesce, creando così un ingresso distinto dagli spazi della clausura. Le due stanze debbono essere oggetto di restauro, con lievi interventi sulle pitture e sui soffitti lignei, sostituzione degli infissi, creazione dell’impianto elettrico dotato di un sistema di allarme, antintrusione e di adeguati corpi illuminanti.

Il dipinto del Labruzzi, ora conservato in altre stanze del monastero, va ricollocato sull’altare mentre sulle pareti dell’altra stanza prive di pitture, possono essere disposti i quattro medaglioni in cartone dipinto, che ornavano la chiesa del monastero nel 1727 in occasione della festa della Beatificazione di Giacinta.

Completano l’allestimento due teche in cui conservare alcuni oggetti appartenuti a Giacinta, assieme ad una delle sue lettere autografe. Un sistema informativo con pannelli didattici e sistemi audiovisivi digitali, fornirà notizie sulla vita e le opere della santa.

Con questo recupero i luoghi Giacintiani offrirebbero al fedele, ma anche al turista o allo studioso, la visita all’Aromateria, un ambiente permeato di spiritualità e quiete, in cui iniziare a rivivere i luoghi di Giacinta, integrando così la visita alla chiesa dove è conservata l’urna con il corpo della Santa.

Cella della penitenza: nella parte più alta del complesso del monastero che si affaccia su via Pietra del Pesce, si trova nel sottotetto questa cella. E’ composta da due stanze, di cui una con soffitto a volte, ed è conosciuta come la cella della penitenza poiché Giacinta vi si ritirava in preghiere e penitenza. Su una parete si vedono ancora le tracce di sangue derivate dalla flagellazione che la santa si procurava durante le sue penitenze.

La divisione con l’amministrazione comunale di Viterbo, negli anni ottanta del novecento, del complesso del monastero in due parti ha fatto si che la susseguente ristrutturazione dei locali di proprietà comunale, nel cui volume si trova la cella, chiudesse l’ultima (e unica) scalinata di accesso alla stessa. Difatti oggi la cella rimane completamente inaccessibile, se non mediante una scala dei vigili del fuoco.

Il progetto prevede che utilizzando l’ingresso posto nel cortile della piazza di San Carluccio, si possa riaprire l’ultima rampa di scale e consentire di rendere visitabile tale luogo. I locali non necessitano di particolari lavori, se non di un miglioramento dei corpi illuminati e il posizionamento di discreti sistemi audiovisivi digitali e didattici che non inquinino visivamente questo luogo così carico di raccoglimento e spiritualità.

Rendere accessibile la cella della pnitenza rappresenterebbe il completamento del percorso dei luoghi Giacintiani nel monastero, ma sopratutto consentirebbe una immersione totale nella vita di Giacinta in un ambiente rimasto inalterato dalla sua morte.

Orto-giardino e Via Crucis: sin dalla fondazione il monastero ha avuto tra le sue mura l’hortus conclusus, cioè uno spazio di terra dove coltivare le erbe aromatiche utili alla spezieria, le verdure ed i frutti per l’alimentazione della comunità monastica nonché varie specie di fiori. L’orto è rimasto pressoché integro nei suoi spazi ed oggi rappresenta un orto-giardino rinascimentale in pieno centro storico, giunto fino a noi con tipologie di piante già presenti al tempo di Giacinta, quale per esempio il ruscus ipoglossum, meglio conosciuto come la pianta di Santa Giacinta.

Addosso al muro di confine dell’orto si trovano due piccole cappelle che facevano parte del complesso di sette, che insieme ad un tavolo in peperino costituivano il percorso della Via Crucis che Giacinta e le suore compivano nell’orto, probabilmente a partire dalla fine del cinquecento. Ce lo testimonia un dipinto settecentesco di Francesco Nicolosi, che ci mostra appunto Giacinta con la croce sulle spalle mentre compie la Via Crucis e dove sullo sfondo sono rappresentate le cappelle sopradette.

Le cappelle erano tutte affrescate con figure di santi francescani e scene bibliche, come ben descritte da un prezioso resoconto di Francesco Ventimiglia contenuto nella sua storia di Santa Giacinta edita nel 1695. Queste semplici cappelle in muratura con tetto a due spioventi non hanno alcuna chiusura frontale per cui le pitture ad affresco ancora presenti sono molto deteriorate ed hanno bisogno di un urgente restauro per evitare la loro definitiva perdita. Analogamente anche le murature hanno bisogno di opere di restauro.

Il progetto prevede il restauro delle pitture e delle murature, per consolidare quanto ora esistente. Tale restauro, persegue l’idea di studiare queste cappelle in modo analitico per poter arrivare alla pubblicazione di uno studio specifico che rappresenti un modo di conservare e valorizzare un bene culturale insieme storico e religioso.

Compiuto il restauro si potrebbe immaginare di consentire, una volta all’anno in un giorno particolare, la visita a gruppi ridotti di persone, di questo orto-giardino e della sua Via Crucis. Ciò significherebbe aprire ai visitatori un importantissimo Luogo Giacintiano, facendogli vivere un momento di grande intensità spirituale che li porti a riscoprire quel delicato rapporto suore / natura nato diversi secoli fa nel monastero di San Bernardino.

A corollario del progetto il fortuito ritrovamento nel monastero di un volume del seicento inerente il processo di Beatificazione di Giacinta, permette una riflessione legata all’ipotesi di una sua pubblicazione. Il volume contiene uno spaccato della vita di Giacinta, con particolari poco conosciuti se non propriamente inediti e notizie sul monastero e sulle suore che lo abitavano.

La pubblicazione di parti del volume seicentesco consentirebbe di conoscere lo sfondo in cui si è sviluppata la vicenda terrena di Giacinta e mostrerebbe la vita del monastero e di riflesso di Viterbo, all’inizio del seicento.


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26 gennaio, 2018

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