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L'irriverente

Ancora un Gentiloni come cent’anni fa

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – La nota diceria parla del marchigiano fuori la porta. Diverso, però, quando è dentro.

La famiglia di Paolo Gentiloni discende da Tolentino nelle Marche, come quella di Ugo Sposetti, ma, diversamente dallo storico tesoriere delle fortune proletarie registrate nel Pci, lui è nobile ed un suo antenato conte del Sacro Romano Impero di nome Ottorino fu determinante nelle elezioni politiche dell’Italietta di Giolitti all’inizio del novecento.

Anche allora c’era un problema Libia contro la cui conquista si battevano Pietro Nenni che per protesta si sdraiò sui binari e Benito Mussolini non ancora fascista e pronto a dichiarare lo sciopero generale se fossero stati richiesti sacrifici di sangue dalla “patria” che lui considerava allora “menzognera finzione che ormai ha fatto il suo tempo”.

Non ci andavano leggeri i due romagnoli e per questo vennero incarcerati.

Le elezioni, le prime a suffragio universale maschile, si svolgevano dunque in un clima arroventato soprattutto fra tre grandi blocchi (un po’ come oggi).

I socialisti con Mussolini e i repubblicani di Nenni che minacciavano i liberali del capo del governo Giolitti. Fu allora che l’antenato del nostro presidente del consiglio, a nome dei cattolici e con la benedizione del papa, stipulò il famoso Patto Gentiloni.

In pratica, nei collegi dove un repubblicano o un socialista avrebbero potuto vincere, i cattolici – così svincolati dal precedente divieto pontificio di votare – sarebbero potuti andare alle urne ma solo per appoggiare i liberali. L’accordo portò 300 deputati a Giolitti il quale così surclassò gli altri ma costui non aveva fatto i conti con l’oste, il Conte Ottorino da Tolentino perché, andando a scorrere l’elenco degli eletti, trovò che dei trecento liberali ben 228 avevano sottoscritto il Patto Gentiloni, impegnandosi per una politica tutt’altro che liberale dal no al divorzio all’insegnamento religioso nelle scuole.

Non c’era il rosatellum, ma i giochini c’erano pure allora come quelli che qualcuno paventa oggi. Per esempio, analizzando la liste per il 4 marzo molti esperti notano che la scelta dei nomi, in quelle del Pd e di Forza Italia, fa pensare a forme di desistenza se non di agevolazione reciproca pur di penalizzare Di Majo e D’Alema.

Potrebbe però succedere che il rosatellum, voluto soprattutto dal Pd per far fuori i 5 Stelle porti – dicono – alla vittoria del Centro Destra.

In mezzo a tutto, come cent’anni fa, c’è ancora Gentiloni e, sempre a quel che si dice, i futuri parlamentari potrebbero, guardando a lui, scegliere dopo il 4 marzo un governo diverso da quello per il quale fanno ora campagna elettorale.

Questo secondo i politologi, perché la variante popolo resta sovrana ed è l’unica che non ci hanno tolto. Ancora.

Renzo Trappolini


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18 febbraio, 2018

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