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Mammagialla - Ennesimo ricorso del boss in Cassazione, ma la suprema corte lo respinge

Salvatore Madonia: “Detenuto in condizioni inumane e degradanti, riducetemi la pena”

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Salvatore Madonia

Salvatore Madonia

Viterbo - Il carcere Mammagialla

Viterbo – Il carcere Mammagialla

Viterbo – “A Mammagialla sono detenuto in condizioni inumane e degradanti”. E il boss Salvatore Madonia si rivolge al magistrato di sorveglianza di Viterbo e al tribunale di sorveglianza della capitale per chiedere la “riduzione della pena”. Lui che, già nel 2016, quando il reclamo è stato rigettato, era al 41 bis.

Il tribunale di sorveglianza di Roma aveva respinto il reclamo perché “la condizione detentiva di Madonia non aveva raggiunto quel grado di intensità tale da integrare l’ipotesi di trattamento inumano e degradante, poiché aveva avuto e ha a disposizione uno spazio superiore al limite di tre metri quadrati di superficie”.

Per il tribunale di sorveglianza, “Madonia non aveva dedotto difficoltà di movimento nella cella, la condizione del vano bagno, seppure precaria, gli aveva consentito l’uso riservato dei servizi igienici in modo regolare e che, inoltre, la direzione della casa circondariale di Viterbo aveva dato atto che erano stati eseguiti i lavori di ristrutturazione della cella detentiva occupata dal reclamante”.

Madonia si rivolge così alla suprema corte di Cassazione che, dopo il magistrato e il tribunale di sorveglianza, ha dichiarato “inammissibile il ricorso” e ha condannato il boss al pagamento delle spese processuali e al versamento di 2mila euro alla cassa delle ammende.

Madonia arriva a Viterbo il 6 aprile 2014. Collegato in videoconferenza da Mammagialla, si sfoga più volte con i giudici durante le udienze del processo Borsellino quater, sulla strage di via D’Amelio. I suoi effetti personali sono bloccati all’Aquila. A Viterbo non arriva né la sua biancheria, né gli atti del processo. Madonia informa puntualmente la corte d’assise di Caltanissetta sui “problemi tecnici” che incontra a Mammagialla: non può consultare gli atti in pdf, non funziona il condizionatore nell’aula videoconferenze, non gli vengono consegnate le sentenze né i verbali d’udienza.

Il boss di Resuttana, quartiere nord di Palermo, arriva fino in Cassazione per contestare la scarsa illuminazione della cella, l’impossibilità di studiare, il bagno alla turca e l’assenza di privacy. Ricorsi ogni volta respinti o dichiarati infondati o inammissibili. Come l’ultimo, per il quale è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.

Salvatore Madonia, meglio noto come “Salvino” o “Salvuccio”, 61 anni, vanta uno sterminato curriculum criminale. L’ultima condanna, l’ergastolo, risale al 20 aprile scorso. Per la corte d’assise di Caltanissetta, sarebbe stato uno dei mandanti della strage di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Ma il suo nome è legato anche all’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso perché non voleva pagare il pizzo.

Una vita più in cella che fuori quella del boss di Resuttana: gli anni Ottanta scorrono tra un arresto e una scarcerazione, ma nel ’91 torna definitivamente in prigione dopo tre anni di latitanza. Dal 1992 è al 41 bis, ma dalla cella avrebbe continuato a gestire gli affari di famiglia indisturbato. Almeno secondo la Dda di Palermo, che lo scorso dicembre ha fatto arrestare la moglie di Madonia. Mariangela Di Trapani, figlia del capomafia Ciccio e sorella del boss Nicola, che secondo gli inquirenti avrebbe preso le redini del clan di Resuttana riuscendo a portare all’esterno gli ordini che il marito mandava ai suoi dal carcere di Viterbo.


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24 febbraio, 2018

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