Viterbo – Quali sono gli ideali del politicamente corretto? Sostanzialmente quelli che ispirano la dichiarazione dei universale dei diritti dell’uomo.
Sono il prodotto di una visione del mondo ispirata ai modelli liberali anglosassoni e al progressismo democratico dell’etica socialista, cioè ai modelli usciti vincitori dalla Seconda Guerra Mondiale.
Libertà, democrazia, uguaglianza, tolleranza, rispetto tra gli uomini a prescindere da etnia, credo, religione, genere, età; non a caso, sono anche i cardini della Costituzione italiana.
Ma sono anche il prodotto storico di un pensiero che si è formato a partire dall’etica greca e da quella giudaico cristiana e che rappresenta il contributo che la cultura dell’occidente ha offerto alla crescita della dignità umana.
Non si tratta di valori scontati. Perché c’è chi li mette in discussione; ad esempio, lo fa la Dichiarazione dei Diritti Islamici dell’Uomo, sottoscritta da vari paesi musulmani, che appare molto più limitativa in termini di libertà e uguaglianza; così come la Dichiarazione di Bangkok, in cui alcuni paesi orientali sostengono la necessità di far prevalere l’interesse dello stato su quello degli individui.
Chi delira ancora sulla supremazia della razza ariana e coltiva ideali nazifascisti considera i valori della dichiarazione dei diritti dell’uomo come una mera ideologia dei vincitori.
E non va ignorato che anche chi si ispira a certi valori anarco-insurrezionali (no global, black boc, ecc.) vi attinge solo in parte, convinto che sia prevalentemente il prodotto del liberalismo capitalista e magari di qualche oligarchia che in incognito tira le fila del mondo.
Nonostante queste più o meno esplicite opposizioni, i principi di libertà, uguaglianza e giustizia che animano il politicamente corretto – sia in versione laica che in versione religiosa – costituiscono oggi il patrimonio etico della società postmoderna.
Eppure, il politicamente corretto comincia a perdere colpi. E’ un trend mondiale, dall’America trumpista ai conservatorismi del Gruppo di Visegrad, dal lepennismo francese al leghismo italiano fino al populismo di Kurz in Austria, un grande movimento di reazione conservatrice esplosa dopo la crisi economica degli anni scorsi e l’aggravamento del problema migratorio.
Perché? Non certo perché i valori politicamente corretti siano discutibili, ma perché non vengono tradotti in comportamenti coerenti e si trasformano in dogmi, producono ritualismi, se ne appropriano interpreti esclusivi, vengono officiati da ierofanti intransigenti.
Alla fine producono divisione, intollerante rigidità di pensiero, ideologismo. La Storia dovrebbe insegnare che anche la verità può essere divisiva, se diventa fonte di oppressione; può trasformarsi in menzogna se viene indotta a forza. Avviene perfino per le verità scientifiche: come asserisce Popper, se non si prestano ad essere messe in discussione, perdono la loro forza razionale esplicativa; e in tal caso, come hanno dimostrato Merton e Kuhn, si trasformano in meri modelli ideologici al servizio di gruppi di potere.
Vale anche per il politicamente corretto, se trasforma un valore condiviso nella forzatura di un canone normativo assiomatico e perentorio, o nella riserva di morale del fariseo sicuro della sua coscienza pulita.
Di esempi ce ne sono a iosa.
Forzatura è l’idea di abbattere le statue di Cristoforo Colombo, accusato di essere la punta avanzata del colonialismo e della distruzione di massa delle popolazioni indigene americane (e perché no, allora, le statue degli schiavisti Washington e Jefferson?).
Forzatura è quella dell’ambientalista che condanna la bonifica delle paludi pontine, considerate come un biotopo laziale da conservare intatto (compresa la malaria), solo per demonizzare qualsivoglia provvedimento sia stato preso durante il fascismo (ma sono certo che vorrà godere della pensione che gli erogherà l’Inps, fondato nel 1933…)
Forzatura è quella dei vertici dell’Anpi che si ritengono unici depositari della democrazia in Italia, mettendosi di traverso persino nei confronti dei governi di sinistra e dettando “democraticamente” la linea a tutti gli aderenti, marxisti e non, pena l’espulsione.
Forzatura è quella di scambiare il Natale per una improbabile festa della feste, non tanto per il rispetto di una minoranza che peraltro non ne ha fatto richiesta, quanto per provare il brivido del “politically correct”, anzi del “politically advanced”.
Forzatura è anche quella che permette a chiunque di sottovalutare e deridere le credenze e le religioni altrui, in nome di una libertà di pensiero (e di azione) che diventa licenza e offesa dei diritti dell’altro (si pensi al famoso caso di Charlie Hebdo e al diritto concesso dall’Ue ad una ditta di usare irrispettose immagini cristiane per la sua pubblicità).
Qualche esempio – ma ce ne sarebbero tanti altri – giusto per mostrare dove una applicazione dogmatica, ritualistica, persino estremista del politicamente corretto rischia di produrre esattamente l’effetto contrario.
E anche di fare due tipi di danni: il primo, quello di utilizzare certi principi in modo contraddittorio (se si predica il rispetto per la diversità, non puoi sentirti libero di deriderla) indebolendone il valore; il secondo, conseguente, quello di offrire il destro all’autoritarismo, al conservatorismo, al misoneismo, all’intolleranza, al razzismo in tutte le loro declinazioni, per mettere in discussione la democrazia, l’uguaglianza, la pace, la centralità della persona, il solidarismo, il rispetto reciproco, ecc.
Ho ascoltato alla radio l’intervista ad una signora milanese che si lamentava, perché nel suo lindo quartiere prima sono arrivati “i meridionali… adesso gli immigrati”, e si augurava che un grande terremoto distruggesse l’Africa (7 febbraio, Radio anch’io, ore 8.40 circa).
Gentaglia così – non mi viene altro termine per definirla – ce ne è a iosa e non si trova solo al mercato a comprare carciofi, alligna anche nella pubblica amministrazione, nell’imprenditoria e nel commercio, fra gli scranni del Parlamento.
Sono tutti il prodotto di uno spazio lasciato vuoto da un politicamente corretto troppo impegnato ad autocelebrarsi e a lucidare i propri orpelli per rendersi conto che se c’è solo ritualismo dogmatico non c’è autorevolezza, non c’è credibilità e si lascia spazio ai signori del “ora ci penso io”, agli avventurieri della razza e del manganello, pronti a cavalcare l’insoddisfazione, l’ignoranza, il timore, il manicheismo spicciolo della gente.
Il caso degli immigrati è lampante; se abbandoni dei giovani di vent’anni sradicati, senza prospettive, senza impegni, male integrati a ciondolare per le strade, dove vuoi che vadano a finire? Non c’è mica bisogno di essere un immigrato per lasciarsi andare alla microcriminalità, alla devianza, alla violenza, al nichilismo sociale: i ragazzi che il sabato sera si autodistruggono per una pasticca o un giro di vodka; i baby spacciatori, le baby prostitute e le minigang di Scampia, del Librino, di Tor Bella Monaca o di Quarto Oggiaro, non sono mica immigrati…
Quel che manca, dietro un solidarismo di facciata, è l’autorevolezza delle istituzioni, la capacità di governare i problemi con le opere oltre che con le parole, rispettando gli interessi legittimi di tutta la collettività: in tal caso viene facile alla signora benpensante di maledire il prossimo, al genitore preoccupato di invocare le maniere forti, allo squadrista di sfoderare il manganello (o la pistola…), al razzista di farsi campione dell’ordine pubblico, di scambiare la sicurezza per il deserto della convivenza civile.
Occorre ricordare che certi valori non si librano in un empireo delle idee, ma sono prodotti storici che con la Storia, e con il cambiamento, si confrontano ogni giorno. Interessi di parte, passioni, conflitti, opportunismi, egoismi, voglia di prevalere sono la “normalità” quotidiana con cui valori, ideali, principi si devono confrontare prima ancora che scontrare. Non possono essere ignorati o semplicemente condannati, opponendo loro un breviario di formule apodittiche.
Il politicamente corretto non prevede semplicemente di giudicare gli altri per sentirsi migliori, non è dalla parte del fariseo. Ma non consiste neppure nel dare un bicchiere d’acqua agli assetati, non è questo il senso della carità, sia essa politica o religiosa; è necessario provvedere affinché quelli non abbiano più sete, forse arrivando anche a qualche compromesso, a qualche rudezza, sporcandosi le mani con le miserie del mondo.
Certe questioni vanno dunque affrontate senza slogan, senza dogmi, ma con sapienza strategica, facendo prevalere un senso critico e autocritico, condizione indispensabile del cambiamento e della crescita dell’Uomo. Anche al di là delle temperie elettorali.
Francesco Mattioli
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