Viterbo – Dopo un rapido impiego in Albania il 213° Reggimento di Fanteria, nei primi giorni del mese di giugno 1916, fu rimpatriato ed inviato nella zona di Castelfranco Veneto, sulle pendici di Cima Ekar e Monte Sprunch, con compiti di difesa, in vista della controffensiva sull’Altipiano dei Sette Comuni.
Diversi soldati viterbesi appartenenti a questo Reggimento, il 26 e il 27 giugno 1916, in località Campo Rovere, a poca distanza da Roana e Asiago, rimangono però vittime di una violentissima reazione nemica. Soltanto in quei giorni l’esercito italiano contò la perdita di oltre 1300 uomini compresi i dispersi.
Molto interessanti a questo proposito sono le testimonianze dirette del soldato sopravvissuto Orlando Tosi di Sutri, pubblicate tempo fa su espresso.repubblica.it, e inserite nei diari reggimentali, dove si racconta dei morti, dei combattimenti, dei feriti, dei prigionieri, della vita in trincea a Campo Rovere quel 27 giugno del 1916.
“… l’acqua impetuosa che scorreva dalla terra e dal cielo veniva dentro le nostre tende che era una disperazione. Il nemico che già ci aveva veduto che eravamo lì dentro, stava pronto alle nostre mosse sentimmo il nostro capitano che con tutta l’acqua che veniva sempre più densa, gridare “Avanti soldati, affardellate i vostri zaini e in tempo di cinque minuti tutto deve essere pronto.”
Cosa era? Era l’ordine di partenza per fare l’avanzata. Era la sera, prima che calasse il sole del 26 Giugno del 1916 Il nemico che subito ci scorse incominciò a farci sentire qualche colpo di cannone che veniva a cadere proprio sulla nostra direzione tutti infreddoliti bisognava tribolare sempre accompagnati dal cannone ma che non ci poteva cogliere, si arrivò proprio alla città di Asiago.
Giunti alla città ci mettemmo a riparo dietro le case e lì si posò lo zaino a terra. Chi vedeva la città in quello stato vedeva un disastro. Si scorgevano dei bei palazzi e case abbruciate, affumicate, devastate; le botteghe svaligiate, mucchi di barattoli, di bottiglie di liquori rotte, banchi spezzati e bruciati; nella città non vi era anima viva, nemmeno un gatto o un cane si vedeva; sembrava di stare in un cimitero e bisognava vedere che tristezza vi si provava e che impressione si aveva vedendo tutta quella infamità e barbarità austriaca, che gli Austriaci sono sempre stati vigliacchi e disumani e sempre lo saranno.
Lasciando anche la città di Asiago ci incamminammo di nuovo e l’acqua ancora non cessava; si arrivò in un paesetto avanti un sette chilometri da Asiago chiamato Campo Rovere. Prima di entrare in paese, venne un ordine di fare attenzione che in certi punti del paese era minato. Il nemico che già provvisto ci attendeva al laccio proprio in quel punto che noi dovevamo traversare.
Giunti lì già si sentiva il denso fuoco di fucileria e che noi vi riparavamo dietro la sponda della strada. Ora questo vallone era un punto molto pericoloso per noi perché si doveva passare di corsa fra i fischi delle pallottole. Infatti ci facevano passare tre o quattro per volta e man mano che passavamo qualcuno ne cadeva ferito o morto.
Ora però bisogna dire che quel giorno si trattava di un tradimento ufficiale dei nostri, perché ci facevano avanzare di giorno che il nemico vedeva tutta la strada e la direzione che si prendeva. i nostri piedi pesanti come il piombo che non avevamo nemmeno la forza di alzarli perché i vestiti si erano appiccicati nella carne; ogni tanto si inciampava e si cadeva.
Quando eravamo alla metà del monte, incominciava il nemico a gettarci razzi luminosi, che risplendeva tutto il grosso monte come se fosse giorno. Appena che venivano questi raggi, noi già eravamo avvisati di buttarci a terra e non muoverci fino a che non si sentiva un piccolo fischio del nostro comandante.
Ad un certo punto non si vide nessun comando; gli ufficiali superiori si erano allontanati e chi nascosti e noi eravamo lì abbandonati come un branco di pecore senza pastore, senza sapere dove si andasse e a che fare. Veniva il razzo luminoso e noi a terra, poi alzati di nuovo e dalla stanchezza certi rimanevano a terra sopra il freddo ghiaccio, intirizziti tra il sonno e il delirio che bisognava prenderli a pedate per farli svegliare e alzare.
Andammo sempre colla testa nel sacco avanti fino alla cima del monte. Siccome i nostri ufficiali (che gli Austriaci dicevano: L’Italiani sono: Soldati di ferro e Ufficiali di merda) non se ne sentiva più uno e noi domandavamo ai nostri graduati su dove si andava ancora, e loro rispondevano che andavamo al macello.
Ad un certo punto senza che nessuno si accorgesse si udì un gran fracasso di fucileria e mitragliatrici che vedemmo le fiamme dei fucili circa a quattro cinque metri da noi. Noi tutto ad in tratto ci si buttò a terra, io non feci quasi in tempo a cadere a terra che già sentivo grida da ogni parte dei feriti.
Qui non si può esprimere quale disastro umano si ebbe. I colpi di fucili e mitragliatrici venivano addosso a noi fischiando come manciate di rena, come un grosso uragano di pioggia fitta, dove le orecchie ci fischiavano, e la terra lampeggiava dal colpo del proiettile che sbatteva nelle piccole e grosse pietre.
Gridi disperati di soccorso da tutte le parti dei feriti, chi chiamava la mamma, chi la fidanzata, chi il caporale e chi il paesano per il trasporto alla medicazione, ma che vuoi i proiettili venivano troppo fitti che se uno alzava la mano gliela faceva in due o tre parti, sicché dovevano morire per forza da qualche altro proiettile appresso.
Dopo un due o tre ore di fuoco, i nostri quattro reggimenti erano quasi completamente distrutti, quei pochi che si rimase sparavano, ma vedendo che quella era una avanzata sbagliata, vedendo la perdita dei nostri compagni si perse anche il coraggio.
Addietro non si poteva andare, perché chi andava addietro, vi erano dei carabinieri che sparavano, sicché si doveva morire sul campo. Quei feriti non si poteva soccorrerli perché il fuoco era denso e indiavolato che ognuno stava al suo posto per salvare la sua pelle. Eravamo rimasti pochissimi e incominciava a farsi l’alba ed il fuoco non cessava mai.
I proiettili delle mitragliatrici e delle fucilerie ci fischiavano fra le gambe, sulla testa che noi mentre si correva e si esclamava “Ecco, ecco, tocca a noi”, ero rimasto solo a correre. I nemici quando ero in vetta al monte tra l’orizzonte del cielo mi videro e tutti spararono addosso a me.
Figuratevi i proiettili come mi passavano vicini, che me li sentivo perfino fra le gambe e sulle orecchie, che posso dire sicuro sia stato un miracolo di qualche santo che non fui morto. L’aria era densa dagli scoppi di stoppani che buttavano fumo rossastro con fischi di scheggia che qualche scheggia più grossa si vedeva brillare per l’aria.
Il continuo fracasso dei cannoni che sbattendo sul terreno, non avevano lassato un metro di terra libera, che il terreno sembrava lavorato come se fosse vangato. Quei pochi feriti e quelli che si erano messi in salvo dietro qualche pietra furono travolti e stritolati dai colpi di cannoni.
Si sentiva per l’aria puzza di sangue umano, e di tanto in tanto si vedeva saltare in aria dalli scoppi dei proiettili di grosso calibro pezzi di corpi umani, che il loro sangue cadeva su noi come la pioggia imbrattandoci il nostro corpo. nella pianura di Asiago regnava un silenzio, una calma; nessun rinforzo per prendere le nostre difese; ove noi tutti avevano un solo pensiero, che quel giorno si trattava di un tradimento dei nostri personaggi, perché ci avevano fatto avanzare fino a sotto le trincee nemiche di giorno, che non si sapeva nemmeno dove si andava, così il nemico ci aveva veduto fino sotto le sue trincee, e per tanti motivi che non voglio descrivere…”
Del 213esimo Reggimento di Fanteria facevano parte sicuramente i soldati viterbesi Ettore Cuccodoro di Girolamo classe 1895 morto il 27 giugno 1916 sul Monte Rasta, Adamo Fazi di Modesto classe 1892 morto il 28 giugno 1916 nell’ospedale da campo austriaco n. 11/3 e oggi sepolto nel Sacrario militare di Asiago dopo essere stato riesumato dal cimitero di Gallio “Di qui non si passa”, Eugenio Fiorucci di Agostino classe 1892 morto il 26 giugno 1916 a Campo Rovere, Guido Grazini di Francesco classe 1896 morto il 27 giugno 1916 sul Monte Rasta, Zeffirino Pianura di Costantino classe 1896 morto il 27 giugno 1916 sul Monte Rasta, Agostino Ragonesi di Domenico classe 1896 morto nell’ospedaletto da campo n. 0126 il 27 giugno 1916, Arcangelo Ricci di Annunziato classe 1896 morto il 27 giugno 1916 a Campo Rovere.
Altri viterbesi, tra i tanti, sempre facenti parte del 213° Reggimento di Fanteria morirono successivamente: Zeffirino Bernabucci classe 1898 morto il 23 gennaio 1918 a seguito malattia all’interno di un campo si prigionia, Giuseppe Frezza di Lucio classe 1896 morto per malattia il 21 novembre 1917 all’interno di un campo di prigionia, Luigi Sdinami di Domenico classe 1898 morto a Monte San Gabriele il 2 settembre 1917 per le ferite riportate in combattimento, Manfredi Ricci classe 1898, aspirante ufficiale morto il 7 settembre 1917 e disperso in combattimento a Monte San Gabriele.
L’Associazione culturale Take Off, nel corrente mese di febbraio e nel prossimo mese di aprile, sta organizzando un’iniziativa denominata “Che vi sia di conforto”, con lo scopo di rinnovare onore e merito, simbolicamente, a tutti i valorosi combattenti della provincia di Viterbo caduti durante la Prima Guerra Mondiale, sia noti che ignoti, alcuni dei quali dimenticati, finiti nell’oblio, e esclusi anche dagli elenchi ufficiali dei ricordi.
Il 28 febbraio si è tenuta una solenne giornata di commemorazione a Viterbo all’interno della Sala Regia del Palazzo dei Priori. Partecipando invece alla manifestazione dal 21 al 24 aprile prossimo, si potranno visitare alcuni luoghi simbolo della Grande Guerra, che hanno attinenza con i nostri conterranei, con attività organizzate ed escursioni, e questo servirà, comunque in occasione del centenario, a rendere tributo e onore a tutti i caduti del conflitto mondiale di un secolo fa.
Sarà prevista una visita al Sacrario di Fagarè, nel Comune di San Biagio di Callalta in provincia di Treviso, dove sono custoditi i corpi di circa 25 caduti viterbesi della Grande Guerra e dove riposano i gloriosi resti di oltre diecimila soldati caduti nelle dure battaglie del Piave (1917-18) provenienti da 80 cimiteri di guerra del basso Piave.
Un cimitero militare, questo di Fagarè, scelto come simbolo, che servirà a portare il saluto e il riconoscimento, del valore e del merito, anche a tutti gli altri caduti viterbesi, noti e ignoti, sepolti in altri cimiteri.
Durante il viaggio si farà anche una sosta al Sacrario di Santa Maria Ausiliatrice di Treviso, dove sono sepolti altri quattro caduti della provincia di Viterbo, e si soggiornerà ad Asiago dove, durante la “Battaglia degli Altipiani del 1916, numerosi viterbesi combatterono e alcuni furono fatti prigionieri e altri morirono.
In particolare i viterbesi facenti parte del 213° Reggimento Fanteria, in località Campo Rovere, a poca distanza da Roana e Asiago, dove rimasero vittime di una violentissima reazione nemica. Soltanto in quei giorni l’esercito italiano contò la perdita di oltre 1300 uomini compresi i dispersi.
L’iniziativa continuerà con un’escursione guidata sul Monte Cengio, tristemente famoso, per l’estrema resistenza dei Granatieri di Sardegna all’avanzare delle truppe austro-ungariche durante l'”Offensiva di primavera” – maggio/giugno 1916 – più nota come “Strafexpedition”.
La tenuta di questo baluardo affacciato sulla Val d’Astico e la pianura vicentina richiese il sacrificio di oltre duemila soldati. Si narra che alcuni Granatieri pur di non consegnare l’Italia al nemico abbracciassero gli austriaci morendo nel famoso “Salto” (giunti sull’orlo del baratro, i Granatieri si avvinghiavano ai corpi degli assalitori trascinandoli nel vuoto).
Previste anche le visite ad una trincea della Grande Guerra e ai due Cimiteri di Guerra della Val Magnaboschi. Uno di questi è un cimitero inglese che custodisce le salme di 183 caduti e al lato opposto il cimitero italo austriaco (detto degli alberi mozzi) in cui sono stati utilizzati dei tronchi di abete al posto delle lapidi.
Al Sacrario Militare del Leiten invece, sull’Altopiano di Asiago, dove sono custodite 56.000 salme dei caduti della Grande Guerra, si potrà assistere all’alzabandiera con l’inno nazionale e alla proiezione di un breve filmato storico. Deposizione di una corona di alloro e breve cerimonia per commemorare tutti i caduti della Grande Guerra.
Al termine trasferimento sul Monte Verena con salita in quota con la seggiovia per visitare il Forte Verena da dove è partito il primo colpo di cannone che ha dato il via all’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915.
L’iniziativa si concluderà, tra le atre cose, con una visita guidata al Museo della Grande Guerra di Canove, che si presenta come una delle più complete e interessanti raccolte di materiali del primo conflitto mondiale a livello nazionale, allestito nella suggestiva sede della ex stazione ferroviaria del comune di Roana.
“Che vi sia di conforto” è un’iniziativa organizzata dall’Associazione culturale Take Off di Viterbo, in collaborazione con la sezione di Civitella d’Agliano (VT) della Croce Rossa Italiana, in occasione del centenario della Grande Guerra (1915/18 – 2018), in memoria di tutti i combattenti e caduti della Prima Guerra Mondiale, in particolare di quelli viterbesi.
L’iniziativa prevede anche una manifestazione da tenersi precedentemente a Viterbo e sarà realizzata anche il patrocinio del Comune di Viterbo, della Provincia di Viterbo, della Biblioteca Consorziale di Viterbo, dell’Archivio di Stato di Viterbo, del Sodalizio Facchini di Santa Rosa, Ottica F.lli Sorrini, Tipografia Grazini & Mecarini, e di tutte le altre realtà amministrative/associative che vorranno aderire.
Il titolo “Che vi sia di conforto” è stato mutuato da una significativa frase scritta sul retro di una foto-cartolina raffigurante un gruppo di otto militari, sette dei quali della provincia di Viterbo, catturati dagli austriaci sull’Altopiano di Asiago all’inizio del conflitto mondiale, e inviata ai familiari a mo’ di conforto.
Silvio Cappelli
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