Viterbo – (g.f.) – In un anno, mezzo milione di danni causati da cinghiali. A tanto ammontano le richieste arrivare alla regione, da agricoltori e non solo, nel 2015.
Un’emergenza, in cui l’aspetto economico, seppure importante, non è il principale. La presenza massiccia d’animali sul territorio rappresenta un pericolo per l’uomo.
Per favorire una soluzione, stamani il prefetto Giovanni Bruno ha convocato sindaci della Tuscia, provincia, regione, associazioni e addetti ai lavori. Sala Coronas piena. Il tema è sentito. “Da prefetto – spiega Bruno – l’aspetto principale che ho a cuore è l’incolumità dei cittadini che circolano a piedi o in auto. Le specie presenti prolificano, si riproducono due volte l’anno, ogni volta con diversi cuccioli”.
A ogni sindaco è stata fatta trovare una bozza d’ordinanza predisposta dalla prefettura. Un punto di partenza. “Per contenere il più possibile quello che non è un fenomeno ma un problema – continua il prefetto – un documento condivisibile e se mancassero norme anche a livello regionale, vanno poste in essere”.
Quello di oggi è un primo confronto. Adesso, due settimane di riflessione. “Poi – indica il prefetto – sarà bene convocare da parte della provincia tutti i presenti e valutare eventuali modifiche al piano normativo.
Intanto, la cattura nei parchi si può continuare a fare e rimane il fatto che per l’incolumità pubblica, come prefettura possiamo intervenire, ma è diverso rispetto alla parte che interessa l’agricoltura”.
Bastano i numeri a dare un’idea del problema. “Solo nel 2015 – ricorda Giancarlo Lattanzi, dirigente area decentrata agricoltura, responsabile caccia – ci sono state richieste per danni superiori a 500mila euro alla regione. Che non ha tutti questi fondi e i risarcimenti non sono mai al 100 per cento”. Nella stagione venatoria 2016/17 sono stati abbattuti 6749 capi e nell’attuale biennio, 7400. Senza significativi miglioramenti. In base ai conteggi della polizia provinciale, significa che la presenza è di almeno tre volte tanto.
Mentre diversi imprenditori agricoli sono portati anche ad abbandonare allevamenti o determinate colture. Con situazioni si ripresentano quotidianamente. “Vengo all’incontro con una citazione – dice il sindaco di Viterbo Leonardo Michelini – arrivata al comune, per 5200 euro. Danni da cinghiale che attraversava la superstrada, lo scorso 4 dicembre. Abbiamo dato mandato a un legale per resistere”.
Tutti concordano. Il problema c’è, ma non tutti vedono la stessa soluzione. Antonino Corsini dell’Atc Vt1, i cacciatori vanno ringraziati: “Con sacrificio riescono a contenere numero. Ma la regione ha emanato leggi che non danno risposte sotto il profilo del controllo. La polizia provinciale abbatte, ma non si sa cosa farne della carcassa.
Il vero problema sono le aree protette, dove è impossibile fare controlli”. Sulla stessa linea, Massimo Ceccarelli, per Libera caccia. Cacciatori vera risorsa, ma senza intervenire nei parchi, impossibile effettuare il contenimento. Non è estraneo alla situazione, una provincia a mezzo servizio.
“Fino a due anni fa – osserva il comandante della polizia locale Valentino Gasparri – la polizia era operante, si tamponava la situazione. La scelta di depotenziare le province ha portato a non effettuare più i controlli, quindi c’è stato un incremento esponenziale. Se ci sono stati 7400 abbattimenti, secondo noi la popolazione è tre volte superiore”.
Vede il problema, ma da una prospettiva diversa, Andrea Monaco, funzionario della regione Lazio. “A Viterbo – osserva Monaco – rispetto ad altre province noto sul tavolo degli imputati le aree protette, anche se ce ne sono molte meno che altrove. Queste zone sono parte di un problema ben più complesso. Se ci fissiamo lì, non mitighiamo la situazione.
Il mondo venatorio è importante, ma non l’unico elemento di risoluzione. C’è una normativa nazionale molto stringente, penso allo smaltimento. Si fa fatica ad avere spazi di manovra. Ho sentito parlare di braccata per risolvere il problema. Non è possibile. Mentre la caccia di selezione aiuta, si può fare otto, nove mesi l’anno”.
Ma le norme non si cambiano dalla mattina alla sera. Se un governo vedrà la luce, facile immaginare che non sarà il primo dei pensieri. Nel frattempo, fa notare il colonnello del corpo forestale dei carabinieri, Marco Avanzo, si può dare più impulso alla cattura, dove è già attuata e stimolare dove non si è svolge.
E se per Mauro Pacifici (Coldiretti) si può guardare a realtà come la Toscana, dove è stata messa in piedi una buona legge regionale, Giuseppe Chiarini di Confagricoltura fa notare che a breve partirà la semina e si prevede che sarà falcidiata, mentre sui monti Cimini la raccolta delle nocciole in molti casi è a rischio. Colpa di una legge vecchia di 26 anni, quando i cinghiali da quelle parti non c’erano.
Tante parti in causa e altrettante difficoltà. “Problema sentito – osserva il consigliere regionale Enrico Panunzi – che getta nella disperazione gli allevatori, con agricoltori costretti pure a riconvertire le colture. Poi c’è un problema ambientale e di sicurezza. Ma in questo ambito, come altri, ci servono le province. Perché nella nostra regione c’è Roma, dove vive la maggior parte dei cittadini e certe esigenze dei territori locali non arrivano come dovrebbero.
Dalla riunione auspico un mandato chiaro, che tenga conto del quadro normativo e di chi lo deve modificare. La regione è disponibile”. Pure per la collega Silvia Blasi, intervenire è necessario, magari cambiando. “Nonostante l’elevato numero di capi abbattuti, i problemi restano – osserva Blasi – prelievi selettivi sarebbero più efficaci. Nelle aree protette, poi, che esistono per la conservazione della natura, occorre operare in modo diverso rispetto al resto.
Dove sono stati attuati piani di contenimento, i risultati si vedono, valutiamo le esperienze positive. Sono a disposizione per vagliare norme e piani di contenimento se necessari, per interventi veloci ed efficaci”.
All’incontro, pure il presidente della provincia Pietro Nocchi.
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