Viterbo – “I sequestri non hanno inciso sulla funzionalità gestionale della Cobalb”. Ovvero, l’impianto che raccoglie e depura le acque reflue dei comuni che affacciano sul lago di Bolsena è ancora operativo e continua a fare il suo lavoro. Lo assicura l’avvocato Vincenzo Dionisi, difensore dell’amministratore della società Giancarlo Olivastri e del direttore generale Massimo Pierangeli. Entrambi sono indagati dalla procura di Viterbo, pm Eliana Dolce e Stefano d’Arma, per gestione di rifiuti non autorizzata e per aver sversato nel lago una quantità di acque nere con un tasso di inquinamento superiore ai limiti stabiliti dalla legge. “Ma è ancora tutto da valutare – sottolinea l’avvocato Dionisi -, e noi non sappiamo se gli inquirenti abbiano in mano delle analisi delle acque che indicano il lago come inquinato. Ma se quei rifiuti non sono stati trattati adeguatamente la colpa non è da attribuire a una cattiva gestione della Cobalb, ma al deterioramento dell’intera struttura e soprattuto al malfunzionamento dell’impianto di depurazione”. E qui starebbe la chiave difensiva di Olivastri e Pierangeli.
Inizialmente la gestione del collettore circumlacuale era in capo a un consorzio, poi la Cobalb (che è l’acronimo di Comunità bacino lago di Bolsena) è diventata una società per azioni pubblica e a capitale pubblico. Ovvero, i suoi soci non sono enti privati ma dieci enti pubblici. Oltre agli otto comuni che affacciano sul lago, ci sono la provincia di Viterbo e il comune di Bagnoregio. “La Cobalb – spiega l’avvocato Dionisi – è nata per un progetto faraonico che prevedeva che il lago di Bolsena andasse a sostituire l’acquedotto del Peschiera-Capore per la fornitura di acqua nella Capitale. Ed è per questo che tra i soci c’è anche Bagnoregio, perché nell’ottica iniziale il collettore doveva passare anche per questo comune, svilupparsi nella regione Umbria, scendere sotto la valle del Tevere e arrivare fino a Roma. Ma poi la regione Umbria si è opposta al progetto e la Cobalb è rimasta collettore del solo lago di Bolsena”.
E anche l’impianto è di proprietà pubblica. “Della regione Lazio – evidenzia l’avvocato Dionisi -, che l’ha realizzato con fondi regionali ed europei. La Cobalb lo gestisce solo, e una gestione può essere più o meno ottimale in base ai finanziamenti che ottiene. Fino al 2008 problemi economici e quindi di funzionalità non ce ne sono mai stati, ma quello è stato l’ultimo anno in cui sono arrivati i soldi. Dal 2009 è iniziata la crisi. Cominciavano a mancare 500mila euro all’anno, la società non riusciva a pagare l’energia elettrica, sono stati pignorati i conti correnti e questo ha fatto entrare in agonia la normale vita dell’ente. E i debiti si sono accumulati. Oggi, nei confronti dell’operatore di energia elettrica, Cobalb ha un passivo di 4 milioni di euro, anche perché il canone è salatissimo. Basti pensare che ogni stazione ha ben quattro pompe di depurazione che assorbono tantissimo”.
Ma difronte a questa presunta mancanza di fondi e al conseguente deterioramento dell’impianto, Olivastri e Pierangeli come hanno reagito? “Hanno sempre sollecitato e fatto presente agli organi competenti e alle autorità preposte i problemi – assicura l’avvocato Dionisi -. Come il mancato funzionamento delle pompe di depurazione, i costi esorbitanti della struttura, la necessità di interventi ma la mancanza di fondi. Sono arrivati fino al ministero dell’ambiente, ma le loro lamentele non sono mai state ascoltate. Hanno sempre parlato a vuoto, ma hanno fatto di tutto. Hanno dato l’anima, hanno lavorato seriamente, si sono battuti per la funzionalità della Cobalb, che è un bene di tutti, perché se quell’impianto si blocca si inquina tutto il lago di Bolsena. È da dire però che da settembre 2017 è operativo un appalto da 2milioni di euro per il ripristino della struttura. La regione, che si è resa conto delle problematiche, ha dato la coperta, ma è troppo corta. Perché con quei soldi bisognerebbe avviare i lavori, pagare il canone elettrico, saldare i debiti con l’operatore energetico e stoccare i fanghi da depurazione”.
Quei fanghi, circa 7mila metri cubi, da lunedì sono sotto sequestro. Da quando i carabinieri forestali di Viterbo e i finanzieri della stazione navale di Civitavecchia hanno messo i sigilli alla vasca di ossigenazione della Cobalb. “È vero – ammette l’avvocato Dionisi -, lì dentro sono stati tenuti per troppo tempo. Ma quei rifiuti speciali non pericolosi essendo in dei contenitori non hanno dato né avrebbero mai potuto dare problemi di inquinamento. I costi per smaltirli sono molto alti e la Cobalb soldi non ne ha. E non è possibile neppure smaltirli diversamente perché, pur non essendo pericolosi, sono comunque rifiuti speciali”. Ma gli investigatori hanno acquisito anche una mole di documenti, alcuni dei quali portati via pure dalla Talete. “Nelle bollette dell’acqua – spiega il legale – c’è anche il costo della depurazione, ma quel canone Talete lo restituisce subito alla Cobalb”.
Ora da parte di Olivastri e Pierangeli ci sarebbe “totale collaborazione con gli inquirenti”.
“Nelle prossime ore – dice l’avvocato Dionisi – andrò in procura per chiedere ai pubblici ministeri di poter sentire per la prima volta i miei assistiti. Sono loro che lo vogliono, perché desiderano spiegare il funzionamento di questa struttura complessa che è la Cobalb e i mille aspetti di questa vicenda. Sono pronti a farsi interrogare, quando i pm lo vogliono, come vogliono e su tutto quello che vogliono. E se hanno necessità di ulteriori documenti, sono pronti a consegnarli e addirittura a produrli. Perché con questa inchiesta desiderano fare luce sull’effettivo stato di salute dell’impianto Cobalb e far individuare i veri responsabili del deterioramento e malfunzionamento della struttura”.
Raffaele Strocchia
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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