Viterbo – (sil.co.) – Viterbo condannata per aver distrutto Ferento.
Non a una pena pecuniaria, ma a una serie di adempimenti per ridare lustro alla storica città, attraverso una ricca stagione teatrale estiva i cui proventi vadano a finanziare campagne di scavi archeologici.
E’ finita con una singolare condanna, per il comune, la causa civile intentata dagli esuli ferentani per ottenere un risarcimento dei danni subiti per la distruzione avvenuta nel XII secolo, per evidenziare la quale i viterbesi aggiunsero il simbolo della palma della città di Ferento al leone di Viterbo, tuttora entrambi presenti nello stemma del capoluogo.
Alla lettura della sentenza, mercoledì sera, il teatro Caffeina di via Cavour era gremito di spettatori che non hanno perso una battuta del pubblico processo (simulato) portato in scena dall’Ordine degli avvocati della provincia di Viterbo, nelle vesti di attori per il quinto anno consecutivo, nell’ambito del festival più rappresentativo della città dei papi.
Giudice d’eccezione il presidente Luigi Sini che, sentite le parti, ha disposto: “Il sindaco di Viterbo ogni anno programmi una stagione teatrale estiva di 30 spettacoli da tenersi presso il teatro romano di Ferento, i cui proventi dovranno essere destinati integralmente a finanziare campagne di scavi archeologici nell’antica città di Ferento”.
Basterà a compensare i danni? Negli statuti comunali viterbesi degli anni 1237-38 e 1251-52 erano previste sanzioni gravissime per chiunque avesse tentato di ripopolare la città di Ferento, vietando persino ogni tipo di coltivazione e addirittura, nello statuto del 1251-52, era prevista la totale distruzione del teatro e di tutto ciò che c’era intorno, che però non venne attuata.
“A voi interpretare chi ha vinto e chi ha perso. Questa è sempre la nostra incognita quando leggiamo le sentenze”, la conclusione, tra gli applausi, di Luigi Sini, al termine della lettura del dispositivo.
Sala gremita e pubblico entusiasta hanno confermato il successo di un’iniziativa che ha visto sul palcoscenico una squadra coesa di avvocati-attori in grado di appassionare e divertire anche i palati più raffinati.
Ancora una volta si è distinto per vis comica, una dote naturale, il giovane legale Corrado Cocchi, quest’anno irresistibile nei panni del custode del teatro di Ferento.
Bravi tutti gli altri. Cancelliere l’avvocato Guglielmo Ascenzi. Avvocato di Ferento, Andrea Genovese. Avvocato del Comune di Viterbo, Maurizio Benincasa. Arciprete di Santa Cristina, l’avvocato Stefano Perugi. Podestà Ildebrandino degli Aldobrandeschi, l’avvocato Mario Orsini. Ferentano, l’avvocato Michele Mancini. Custode del teatro di Ferento, l’avvocato Corrado Cocchi. Cristiano di Magonza, l’avvocato Stefano Brenciaglia. Consulente tecnico d’ufficio, l’avvocato Jacopo Rubini.
Viterbo versus Ferento
Nel 1170, dicono le cronache, Viterbo attaccò Ferento e dopo averla saccheggiata, la diede alle fiamme. Dopo questo assalto Ferento, fortemente indebolita, fu costretta a giurare sottomissione a Viterbo nel 1171.
Alla fine dello stesso anno la popolazione tuttavia si rivoltò e Viterbo che, con l’aiuto della vicina Celleno, reagì duramente. La notte del primo gennaio 1172, con il favore del buio e con il pretesto di eresia, l’esercito viterbese, alleato con i cellenesi, attaccò a sorpresa la città addormentata, uccise uomini, donne, vecchi e bambini e finito il massacro, appiccò il fuoco distrugendo tutto.
I viterbesi avrebbero risparmiato solo alcuni ferentani di nobili famiglie e li avrebbero concentrati a Viterbo presso la zona di San Faustino, mentre altri ferentani che si salvarono dalla strage, perché erano fuori della città e guardare le greggi (nelle fredde notti invernali, erano frequenti gli attacchi dei lupi), si sarebbero allontanatidirigendosi verso la valle del Tevere. Lungo il percorso, avrebbero trovato riparo in alcune grotte di origine etrusca, presso le quali si sarebbero stabiliti definitivamente, usandole come abitazioni, dando così origine a Grotte Santo Stefano.
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