Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ho letto con piacere l’interessante articolo di Vincenzo Ceniti sulla Macchina di Santa Rosa di Salcini.
Vincenzo Ceniti: La prima volta della Macchina a via Marconi tra le polemiche
L’architetto Rodolfo Salcini era mio zio, il fratello di mia madre. Classe 1911, era nato a Viterbo ed è morto a Roma nel 1990. Le polemiche sul trasporto del 1952, a casa mia, hanno “allietato” per anni la mia infanzia.
Parlare a casa Salcini della Macchina di Santa Rosa era come parlare di corda a casa dell’impiccato. Ceniti ha giustamente ricordato tutte le polemiche che precedettero ed accompagnarono quel trasporto.
Posso solo ricordare (Ceniti non ne parla) che la critica che più ferì mio zio, era la paura che la Macchina cadesse. Alta il doppio delle Macchine di Papini, quella di Salcini superava abbondantemente i tetti delle case del centro storico di Viterbo. Si temeva che una improvvisa raffica di vento spostasse l’assetto della struttura e la facesse cadere.
Sono un architetto – soleva dire lo zio – e conosco bene il mestiere: non progetto cose che crollano. Detto oggi, dopo il dramma di Genova, fa un certo effetto.
Era contrario al passaggio della Macchina per via Marconi, sostanzialmente per tre motivi: il piano stradale a “schiena d’asino” che comportava una diversa sistemazione dei facchini, i due distributori di benzina lungo il percorso (uno all’altezza di via del repuzzolo, l’altro in fondo a via Emilio Bianchi) spostati anni dopo perché pericolosi.
Il terzo motivo era un pò fantasioso: tra via Marconi e l’Urcionio c’era (e c’è) un rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale. Correva voce – destituita di ogni fondamento – che nel rifugio i tedeschi ed i repubblichini, nel giugno 1944, avessero lasciato armi e bombe a mano, nella speranza di riconquistare la città e riprendere le munizioni. Materiale altamente pericoloso che avrebbe teoricamente provocato una strage, se fosse scoppiato.
Alcune brevi considerazioni, per finire. Bisognerebbe scrivere “Machina” con una sola “c”. E’ un termine che risale alle scenografie barocche del Seicento. Trae origine dal “deus ex machina” dell’antica Roma. D’altrone quasi tutti i viterbesi dicono machina (con una c) anche quando parlano di una autovettura.
Negli antichi documenti il campanile che cammina è spesso citato con una sola “c”. Ceniti accenna anche al completamento del Teatro dell’Unione: in verità i soldi erano stati stanziati (60 milioni del 1947) dal ministero della Pubblica istruzione (il Ministero dei Beni Culturali era di là da venire) per la ricostruzione di Palazzo Pocci, distrutto dal bombardamento del maggio 1944, sede della Biblioteca degli Ardenti.
Rimando il lettore, interessato all’argomento, ai miei articoli sulla storia della biblioteca a Viterbo. Palazzo Pocci (che si trovava in via Regina Margherita, oggi via Matteotti) non fu più ricostruito. La Biblioteca degli Ardenti riaprì, dieci anni dopo il bombardamento, a palazzo Santoro in piazza Verdi. Onestamente l’istituzione ci guadagnò: palazzo Pocci era del ‘700 ed affacciava su una via, Palazzo Santoro è del ‘500 ed affaccia su una piazza.
Un’ultima amara considerazione: per la chiesa cattolica Rosa non è ancora santa. Paradossalmente bisognerebbe parlare della “Machina della Beata Rosa da Viterbo”.
A Roma ogni tanto fanno delle grandi “infornate” dei Santi: possibile che la nostra piccola Rosa debba ancora attendere più di otto secoli per vedersi riconoscere il titolo di Santa? Resiste ancora la maledizione di Federico II, che risale ai tempi del Grande Assedio, quando Rosa era sugli spalti a difesa della città?
Giovanni B. Sguario
Direttore emerito biblioteca Viterbo
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