Viterbo – Caro direttore, si è parlato di una pozza segreta – direi meglio, sita in proprietà privata – di acqua sulfurea, tra i campi, con i ruderi dei casali antichi sullo sfondo. Immagino che sia nei sogni di tanti amanti del benessere: discrezione, pace, salute, natura, poesia agreste… Eppure, tutta questa storia induce a perplessità e interrogativi.
L’area termale viterbese, lunga dalle Masse di San Sisto, verso Vetralla, fino al Bagnaccio e oltre, è disseminata di pozze all’aperto. Talune “segrete” (pardon, private), alcune assistite da strutture di accoglienza “leggere”, anche efficienti, che richiedono spese contenute, altre quasi abbandonate a sé stesse.
In confronto, sono solo due a tutt’oggi gli stabilimenti alberghieri collegati con il termalismo.
Come interpretare la situazione? Per certi versi, le “pozze” costituiscono un’offerta a buon mercato per i cittadini, una forma per così dire “democratica” di accesso al benessere, che si ripete ormai da secoli; le strutture alberghiere a loro volta costituiscono degli attrattori turistici importanti per la città, in grado di ripercuotere il loro successo su tutta l’economia viterbese.
La convivenza di ambedue le offerte sembrerebbe quindi auspicabile.
Tuttavia sorgono almeno due domande: la prima, d’obbligo, riguarda la disponibilità complessiva di acque termali e la loro dispersione, che almeno a sentire vari studi idrogeologici condotti in passato, esigerebbe un forte controllo del territorio e una razionalizzazione della regimentazione del bacino. La seconda ha a che vedere con la situazione igienico-sanitaria delle pozze libere, che non sempre può essere adeguatamente controllata; a parte l’inciviltà di taluni, va considerato che tali pozze si trovano in un territorio sostanzialmente agricolo sottoposto ad interventi di fertilizzazione di varia natura.
L’uso delle pozze libere è di antica data, è quasi un “fatto culturale” nel Viterbese; in Italia, questa pratica si ritrova soprattutto in Toscana e nell’Alto Lazio, con poche eccezioni in Lombardia e in Campania.
Nelle aree termali più rinomate del nostro Paese, che si arricchiscono tutto l‘anno di un cospicuo patrimonio di acque e fanghi salutari – penso a Montecatini, ad Abano, a Castrocaro, a Ischia – l’offerta è invece per così dire “industrializzata”. Qui le pozze libere di fatto sono rarissime, quasi non esistono.
Allora sorgono altre domande: l’acqua termale è una risorsa pubblica o privata ? Da noi la sproporzione tra pozze libere e stabilimenti termali è normale? La convivenza di questi due diversi tipi di offerta è virtuosa o contrasta con la crescita socioeconomica della città? E’ questo il modello di città termale che si ha in mente, o qualcosa di più “organizzato” a livello complessivo di offerta turistico-sanitaria?
La sproporzione tra pozze libere e stabilimenti alberghieri è un segno di progresso (magari in termini di decrescita felice e di libero accesso al territorio) o di inadeguatezza e arretratezza rispetto alle logiche di mercato? Se la Toscana, a cui guardiamo sempre con invidia, è disseminata soprattutto di pozze libere, aperte spesso a pochi iniziati, è questo il modello che conviene?
O a livello termale dovremmo regolarci come ad Abano – il Nord insegna sempre – dove tutto l’anno gli alberghi, da due a cinque stelle, attirano decine di migliaia di turisti? La Viterbo Terme che molti si augurano è la Viterbo delle pozze libere, di un termalismo naif e diffuso, o quella della movimentazione turistica del territorio a partire dallo sviluppo di un “sistema” alberghiero? E semmai, fino a che punto è possibile – e auspicabile – una convivenza dei due sistemi, rispetto ad una risorsa che è comunque di limitate dimensioni?
Mi piacerebbe che sulle pagine di Tusciaweb si aprisse un civile, meditato e approfondito dibattito sull’argomento, peraltro già ampiamente delibato in passato in varie sedi, ma che non ha avuto poi risposte univoche. Abbiamo una giovane assessora che ha promesso coraggiosamente di voler provare a trasformare Viterbo in una città termale. Avrà certamente interesse a sentire le varie campane a riguardo…
Francesco Mattioli
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