Viterbo – Era il 1978, ormai sono passati quaranta anni dal quel tristissimo avvenimento.
Colgo l’occasione di pubblicare una poesia di Edilio Mecarini dedicata a mio padre, scritta nel 1987, che esprime bene a mio parere tale accaduto, emblematico di una storia, quella del Volo D’Angeli, allo stesso tempo gloriosa e ricca di soddisfazioni per noi Zucchi, ma piena di ostacoli e drammi umani che ne hanno condizionato sia la storia della mia famiglia, che della Macchina stessa, finita in cenere come se fosse carta straccia.
Dopo 40 anni ogni tanto si parla di costituire il Museo delle passate Macchine di Santa Rosa.
Come cambiano i tempi… spesso penso a tutti gli anni, 12 della mia giovinezza, passati da me medesimo a restaurare e ricostruire pezzo per pezzo il Volo D’Angeli (materiale di legno e sopratutto di carta pesta) con l’aiuto di mio padre e pochi altri, in fondo a titolo gratuito, e solo con la spinta di fare bene per S.Rosa e la città di Viterbo.
Di sicuro sia io che mio padre non ci aspettavamo una fine tanto ingloriosa di un’opera in cui veramente abbiamo dato tutto e per diversi anni.
Penso che neanche la cittadinanza viterbese meritasse di essere privata della memoria storico/artistica di una delle Macchine più importanti di sempre.
Inutile puntare il dito dopo qurant’anni verso l’ “empietà di immemori fratelli” usando le parole di Mecarini, o indagare sul perché di un gesto così barbaro e incivile se così lo vogliamo definire, effettuato a nostra insaputa, nel momento in cui, finito il nostro mandato per la costruzione della Macchina nel 1978, tutto il materiale custodito nella ex Chiesa della Pace, come per tradizione e regola di legge, passava nelle mani della nuova“macchina organizzativa”mentre era nato, proprio in quell’anno, il Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa, con l’avallo di mio padre.
Che motivo c’era di liberarsi del Volo D’Angeli bruciandone tutti i pezzi, custoditi con cura nella ex Chiesa della Pace, insieme anche ad altre Macchine precedenti, come voleva la tradizione?
Sinceramente per me e mio padre fu un vero shock, dopo gli avvenimenti drammatici del Fermo nel 1967 e la morte di un operaio, Nello Fortunati nel 1975, che portarono mio padre a difendere la tradizione del trasporto anche davanti ai giudici e al giudizio di un’intera popolazione.
Concludo con la speranza che gli errori del passato possano essere di monito ed insegnamento per il presente ed il futuro, nel campo sia della Macchina di Santa Rosa, che della conservazione del patrimonio storico/artistico della nostra città.
Luigi Zucchi
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