Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo in vista del convegno “Tra sogno e realtà. Mario Fani e i 150 anni di Ac: una scelta profetica” in programma l’8 settembre, alle 10, al teatro Caffeina – Alle radici della storia e del movimento cattolico viterbese.
Tra il 1870 e l’inizio del ‘900 Viterbo ebbe un’amministrazione comunale di alleanza clerico-moderati e liberali ed una rappresentanza parlamentare liberale, essendo precluso ai cattolici l’impegno politico che non fosse municipale per la nota questione romana, e tale alleanza era costruita nel viterbese attorno al cosiddetto Partito del Tempio, un raggruppamento di chiara tendenza filomassonica.
Il primo deputato eletto nel parlamento nazionale fu Giuseppe Cencelli di Fabrica di Roma, seguito poi da un ebreo di nome Arbib, da Leati di Acquapendente, Zeppa di Montefiascone e da Tittoni, il più noto di tutti, che fu anche ministro degli Esteri e che svolse un ruolo decisivo per la realizzazione del patto Gentiloni del 1913.
Fin dal 1870 le due più rilevanti ipotesi programmatiche poste dalla classe politica viterbese furono la richiesta della ferrovia e la costituzione di un consorzio agrario circondariale e l’appello più ricorrente a leggere da Gazzetta di Viterbo del 1871 in poi diceva testualmente: “manca la febbre industriale, il coraggio delle nobili speculazioni; dovrà Viterbo continuare per molto ancora una vita di stenti, che la trascina ad una disgustosissima crisi?”
Finalmente la realizzazione della ferrovia riuscì nel 1889 per l’impegno congiunto di Cencelli in sede parlamentare e in sede locale del presidente della Cassa di risparmio Pietro Signorelli eletto sindaco con un consiglio comunale di cui facevano nomi non ignoti anche oggi, quali Silverio Ascenzi, Salvatore Egidi, Enrico Calandrelli, Fabio Fani, Bonifacio Falcioni, Cesare Mangani, Alessandro Polidori, Filippo Salvatori, Saverio Saveri. Questa, per usare una terminologia attuale, era la Viterbo legale, ma c’era anche una Viterbo reale la cui conoscenza in termini storici non ci deve sfuggire.
Nel 1860 Mario Fani (il cui nome purtroppo è noto ai più per il rapimento di Aldo Moro avvenuto per opera delle Brigate rosse appunto in via Mario Fani) fonda a Viterbo il Circolo della gioventù cattolica di santa Rosa, il primo dei circoli in seguito sorti in tutta Italia che costituiscono l’Azione cattolica prima e l’Opera dei congressi poi. L’Opera dei congressi finì nel 1904 insieme all’intransigentismo spianando la strada al patto Gentiloni e finalmente nel 1919 alla nascita del Ppi di Luigi Sturzo.
Da un documento del 1881 del Circolo santa Rosa si legge che in 13 anni quel gruppo di giovani cattolici in bilico, diremmo oggi storicizzando, tra attività ecclesiale e politica, avevano dato vita a due pubblicazioni periodiche, avevano costituito una biblioteca popolare, avevano dato vita alla Società operaia cattolica, per poi proseguire con la fondazione di mutue, cooperative, casse rurali ed artigiane. Visto che fare politica era proibito a dei buoni cattolici, questo era il loro modo di stare tra la gente, soprattutto la più povera.
Non è questa la sede per ripercorrere una storia lunga 150 anni, sabato 8 settembre il convegno previsto a Viterbo certamente ne parlerà, io mi sono limitato a ripercorrere i primi 30 , dando per conosciuti i passaggi che portarono dal Partito popolare di Sturzo alla spaccatura dei cattolici di fronte al consolidamento della dittatura fascista fino alla nascita della Democrazia cristiana di De Gasperi, Dossetti e Fanfani. Voglio invece riprendere il filo del discorso nell’anno 1968.
Nella contestazione giovanile e quella operaia dal 1968 in poi c’era tra le altre una motivazione mai riassorbita: il non riconoscere più da parte di un gran numero di cittadini capacità di rappresentanza ai tradizionali partiti di massa. Se ci si ricorda quanto quel movimento incise nel mondo cattolico più impegnato nel segno della novità post-conciliare ci si renderà conto pure che allora avvenne la prima significativa ed inevitabile rottura dell’unità politica dei cattolici.
La Dc non seppe dare allora una risposta politica all’altezza delle nuove problematiche sociali, e anche perché paralizzata da emergenze quali la strategia della tensione e l’esplosione del terrorismo culminata nell’assassinio Moro, la Dc cessò di essere forza politica trainante del processo di crescita sociale del Paese, diventando blocco di potere immobile e chiuso.
Venendo meno la capacità del partito di dialogare con la società italiana nel suo complesso, non c’è più stato nella Dc afflusso di energie fresche: anzi i giovani che rifiutavano l’estremismo andavano progressivamente ad ingrossare l’area del qualunquismo. Anche questo spiega la cristallizzazione del gruppo dirigente ridotto a rappresentare quanti sono stati participi delle battaglie della sinistra interna e quanti, la maggioranza, gli hanno delegato la difesa conservativa dei propri interessi, fino all’estinzione del partito.
Indubbiamente la Dc non seppe dare allora una risposta adeguata. Solo Moro intuì la rilevanza dei mutamenti in atto allora ed indagandone le ragioni, le intravvedeva nel formarsi di “una società per esigenze” come la definì, ma il suo disegno conseguente fu stroncato in via Fani. La Dc e i suoi alleati ritennero di soffocare la contestazione e l’ansia di profondi mutamenti con un uso dissennato di interventi noti sotto il nome globale di “stato sociale”, oggi messo in discussione da critiche feroci ma anche frettolose.
La sfida che oggi ci attende è invece quella di passare dallo stereotipo dello stato sociale ad una moderna società solidale. Ci sarebbe bisogno di tanti Circoli santa Rosa della Gioventù cattolica! Perché se molte ineguaglianze tra ceti e tra regioni sono venute meno in questi anni è anche vero che sono emerse nuove e più intime povertà fino a farci ritenere che siamo in presenza di “una società sempre più smarrita”, dove gli egoismi, i localismi, rischiano di prendere il sopravvento spinti anche dalla gravità della crisi economica non più occultabile e dal diffondersi incontrollato della disoccupazione soprattutto giovanile.
Umberto Laurenti
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