Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il 12 settembre scade il contratto di appalto, siglato nel 2012, tra il comune di Viterbo e la società affidataria dei servizi di raccolta e trasporto dei rifiuti urbani, servizi di nettezza urbana e servizi informativi.
In occasione dell’ultimo consiglio comunale del 7 settembre, convocato per discutere lo stato dell’arte e le modalità di attuazione delle linee guida del nuovo appalto per i servizi di igiene urbana, il sindaco Arena ha ipotizzato che entro un mese l’amministrazione sarà in grado di presentare alcune proposte, volte alla ridefinizione del nuovo bando, da sottoporre all’approvazione della commissione competente e del consiglio comunale. Il primo cittadino ha aggiunto che la seduta del consiglio del 7 settembre “E’ servita a raccogliere elementi utili”.
Per il momento, sembra che la bozza di capitolato d’appalto per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani non introduca sostanziali elementi innovativi e migliorativi rispetto al precedente contratto, ad eccezione della ipotizzata estensione della raccolta differenziata domiciliare anche nella zona C, dove sono ubicate le case sparse nel territorio comunale, lontano dai centri abitati del capoluogo e delle sue frazioni.
Dagli interventi che si sono susseguiti durante la seduta consigliare si si può dedurre che l’unica novità sarà il probabile aumento della tassa dei rifiuti, denominata Tari.
In tutti i documenti che fanno riferimento al rapporto in essere, tra il comune e le società Cns, Cosp e Gesenu (Ati) firmatarie del contratto d’appalto per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, eseguito da Viterbo Ambiente, non compare mai la voce “proventi o introiti derivanti dalla raccolta differenziata”.
Diversi comuni italiani, al contrario, incassano somme significative dal Conai o da altri consorzi di recupero della plastica, dell’alluminio, del vetro e della carta. A titolo di esempio il comune di Francolise, di 4886 abitanti, ricava circa 33mila euro all’anno dalla vendita dei rifiuti differenziati ai consorzi di filiera.
Fatte le dovute proporzioni in base al numero di abitanti, il comune di Viterbo potrebbe incassare 400/500 mila euro annui dai succitati consorzi, pari a circa il 5% del costo complessivo del servizio di igiene urbana.
Considerando che l’efficacia e l’efficienza della differenziazione dei rifiuti dovrà assolutamente migliorare nei prossimi anni, per attestarsi intorno al 65-70% a fronte del 54% attuale, non è escluso che si possa scongiurare o quantomeno attenuare il paventato aumento della tassa sui rifiuti, compensandolo con i proventi del differenziato.
Il fatto è che l’amministrazione del capoluogo non ha rapporti con i consorzi di recupero perché ha affidato a un’associazione temporanea d’impresa l’intera gestione dei rifiuti; è quest’ultima che può beneficiare degli introiti derivanti dalla vendita dei prodotti separati.
Forse è il caso di riflettere quantomeno sull’opportunità di ridimensionare a quattro anni la durata del prossimo capitolato d’appalto di igiene urbana in modo da reperire le competenze necessarie per ricostruire un settore dell’amministrazione comunale adeguato a gestire direttamente la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e disposto a prendersi la responsabilità, nei confronti degli elettori, degli oneri e degli onori della gestione dell’igiene urbana.
Se l’attuale maggioranza che governa il capoluogo della Tuscia non ritiene opportuno, non è in grado o è impossibilitata a tornare alla gestione diretta, quantomeno dovrebbe proporre la rinegoziazione degli oneri contrattuali con la società appaltatrice, in modo che i proventi riconosciuti dai consorzi di recupero dei materiali ottenuti con la raccolta differenziata contribuiscano ad evitare o ridimensionare l’aumento della Tari.
Marco Prestininzi
Paola Celletti
Lavoro e beni comuni
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