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Viterbo - Cultura - L'editorialista del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, ieri al bistrot del Teatro Caffeina per parlare del suo libro "Giuro che non avrò più fame" - In molti alla presentazione

“C’è da ricostruire la fiducia nel futuro…”

di Paola Pierdomenico
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Viterbo - Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo – Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo - Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo – Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo - Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo – Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo - Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo – Aldo Cazzullo al bistrot del Teatro Caffeina

Viterbo – “C’è da ricostruire la fiducia nel futuro che è l’unico posto in cui possiamo andare”. Aldo Cazzullo è convinto che è da qui che si deve ripartire. Dalla fiducia e dall’energia di cui settant’anni fa furono capaci i nostri padri e i nostri nonni. Loro che fecero rinascere un paese distrutto dalla guerra. Più povero, ma sicuramente più felice.

L’editorialista del Corriere della Sera, ieri, era al bistrot del teatro Caffeina, pieno, per presentare il suo libro “Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione” (Mondadori) nell’ambito dell’iniziativa ‘Viva l’Italia. Discorsi per un’altra politica’. I suoi interventi sono stati introdotti dalle letture di alcuni brani fatte da Annalisa Canfora.

Tutto parte da una celebre pellicola: “Il primo film – ha esordito Cazzullo – che le nostre mamme e le nostre nonne andarono a vedere dopo la guerra fu ‘Via col vento’. Rossella torna a Tara, la sua fattoria, la trova distrutta e siccome non mangia da giorni, sradica una piantina, la rosicchia, la leva al cielo e grida: “Giuro che non avrò più fame”. In molte si identificarono in lei, e quello fu il giuramento collettivo fatto da milioni di italiani e italiane”.

Per Cazzullo, l’Italia “è di nuovo un paese da ricostruire. Dieci anni di crisi hanno fatto per fortuna meno morti, ma hanno seminato scoramento e frustrazioni, forse più di cinque anni di guerra. Siamo un paese di cattivo umore.

La ricostruzione è uno dei grandi momenti nella storia d’Italia. Bisognerebbe scriverlo con la R maiuscola, come il Risorgimento, il Piave e la Resistenza. Ma oggi il pessimismo è tale che si parla più dei briganti, di Caporetto e di Salò. Non della Ricostruzione che spesso si confonde col boom economico: la 600, l’autostrada del sole e le vacanze al mare”.

Ha descritto l’atmosfera di quel periodo: “Si faceva la fame. Le nostre nonne erano ossessionate e cucinavano tutto il giorno. Se non pulivi il piatto dicevano ‘ti ci vorrebbe un po’ di guerra…’.

Gli italiani avevano sofferto moltissimo, pativano fame, freddo e malattie. Eppure sapevano lavorare e divertirsi. Sorridere. Era fortissimo desiderio di riscatto dalla miseria”. Cazzullo la definisce “l’irripetibile felicità che viene dal sentimento di andare dal meno al più”.

Anno chiave della Ricostruzione è il 1948. “Lo scontro tra democristiani e comunisti, l’attentato a Togliatti e Bartali che viene chiamato all’impresa di vincere il Tour de France da De Gasperi in una fantomatica telefonata”.
Descrive proprio la figura di De Gasperi che “la sera per rilassarsi leggeva le Egloghe di Virgilio in latino e l’Anabasi di Senofonte in greco. Un uomo di una frugalità che è leggendaria. La domenica comprava le paste per i familiari: sette, non più di una a testa. C’era un prete che gli chiedeva soldi per la sua comunità di orfani di guerra. Gli disse che non poteva disporre di denaro pubblico, ma tirò fuori dalla tasca l’assegno dello stipendio e glielo girò. Poi guardò verso la figlia e fece: ‘chi lo dice alla mamma?”.

Poi un aneddoto su Togliatti: “una notte entrò nella sua camera un compagno torinese come lui, Giancarlo Pajetta, e lo trovò mentre con una mano stirava e con l’altra teneva le Odi di D’Annunzio. Il giovane gli chiese stupito se quello fosse davvero D’Annunzio e Togliatti lo guardò, dicendogli di leggerle perché se non lo aveva fatto per pregiudizio politico aveva sbagliato”. Esempi che Cazzullo usa per dire che “uno dei problemi dell’Italia di oggi è l’assenza di una classe dirigente che adesso si rilassa giocando alla PlayStation coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

Sono stati letti brani su Coppi, Bartali, i Ricostruttori Valletta, Mattei e Olivetti.

Quindi le vere protagoniste di quel periodo, le donne che in quegli anni iniziano la loro ascesa: “La donna esce di casa, rivendica il diritto di decidere da sola del proprio destino, di votare, di rendersi indipendente dal punto di vista economico e di lavorare fuori dalle mura domestiche”. Cazzullo ha ricordato Anna Magnani, Ingrid Bergman e Lina Merlin con la sua lotta contro le case di tolleranza.

“Il libro – ha concluso l’autore – è interessante per come i nostri padri e i nostri nonni settant’anni fa hanno ricostruito il paese. Erano sicuramente meno ricchi, ma più felici. Si andava in giro in bicicletta e per parlarsi non si usavano i telefoni, ma ci si incontrava.

Sono convinto che l’Italia sia un paese da ricostruire con infrastrutture che cadono a pezzi e ponti da rifare. Genova è l’ultimo tassello. C’è da ricostruire la fiducia, anche nel futuro che è l’unico posto in cui possiamo andare. Essere italiani è un’opportunità e anche una responsabilità. Vuol dire essere all’altezza del patrimonio di cultura e bellezza che abbiamo.
Bisogna ritrovare quella fiducia che c’era allora e per farlo è utile rileggere quello che ci hanno lasciato i nostri padri e i nostri nonni”.

Paola Pierdomenico


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28 ottobre, 2018

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