Montefiascone – La campana che troneggia sul palazzo comunale, chiamata anche campanone per le sue dimensioni, è silenziosa da tanti e tanti anni. Sembra che il suo suono, procurato dal “battaglio” o meglio “batocchio”, l’abbia emesso per l’ultima volta il 12 giugno del 1951 quando martellò a lungo ad opera dei compagni socialisti e comunisti per festeggiare la vittoria alle elezioni, per soli due voti, sui “nemici” democristiani. Poi tacque per sempre rimanendo tuttavia al suo posto silenziosa. È stata per secoli e secoli al centro della vita della comunità.
Scandiva con il suo rintocco la partenza e l’arrivo delle processioni, che si muovevano ai suoi piedi, tutte le adunanze e ogni evento di una certa rilevanza. La campana è stata costruita nel 1642 in sostituzione di una precedente molto vecchia e rovinata della quale si hanno diverse citazioni negli statuti del 1471 specificando che doveva suonare per i vespri, per adunare tutte le arti che andavano in processione nelle feste più importanti cioè San Flaviano, Santa Margherita, la festa dell’Assunta, la Madonna delle Grazie e la Pentecoste.
Il campanone attuale, che ora è pericolante e ha avuto bisogno di essere messo in sicurezza dai vigili del fuoco di Viterbo, al suo interno ha una scritta latina la cui traduzione recita quanto segue: “Mente sana spontanea, onore a Dio e liberazione della patria. Mi fece Amedeo Minetto Lorenense nella rocca dei Falisci al tempo di papa Urbano VIII. Sono la campana del tribunale della città falisca, sarò il terrore degli empi e il gaudio dei giusti. 1642”.
La prima parte è una decorazione molto comune nelle campane sparse per l’Italia mentre la successiva è molto interessante perché ci dice il nome dell’autore, dove e quando è stata costruita e la sua funzione. In quattro secoli ha subito delle manutenzioni in particolare nell’ottocento, ha rischiato anche di essere rimossa in particolare nel 1940 e 1941 quando occorreva alla patria materiale di ferro e di bronzo ma fortunatamente è rimasta sempre al suo posto dominando il palazzo comunale.
Michele Mari
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