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L'opinione del sociologo

La liberalizzazione del pisello artistico sul web può anche essere eccessivo…

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Caro Carlo, all’inizio della mia carriera universitaria, a Messina, ho avuto modo di studiare l’opera di Von Gloeden da un punto di vista socioantropologico e per così dire “sul posto”, visto che ha lavorato molto a Taormina.


Articoli: I cazzi di Michelangelo e la cacotopìa di Bentham… di Carlo Galeotti – Vittorio Sgarbi: “Così Facebook censura i valori del mondo omosessuale” – Il Codacons denuncia Facebook all’Agcom per la censura a Sgarbi


Ne ho tratto l’impressione di un personaggio importante per la storia della fotografia ed espressivo di quel gusto per il classicismo, caratteristico di una certa cultura umanistica europea, che al declinare del XIX secolo si ripresentava, dopo la grande stagione del Gran Tour, nelle nuove forme del decadentismo, del parnassianismo e quindi nel rifiuto intellettuale dello scientismo positivista.

Ciò nonostante usando – è questo il bello della contraddizione dell’arte e della conoscenza umana – uno strumento come la macchina fotografica, che del progresso tecnico e scientifico era allora un’espressione novella e ben rappresentativa.

Un personaggio, Von Gloeden, che per essere compreso deve essere studiato; che, come per la pittura astratta, va intellettualmente “digerito”, altrimenti l’uno viene preso per un pederasta voyeurista e gli altri per dei paraculi che contrabbandano per ispirazione artistica la loro incapacità di disegnare.

Cosa che, sotto sotto, ha sempre pensato tre quarti della gente “comune”, che pur nella crescita costante della scolarizzazione e dell’informazione, ha una limitata competenza del mondo dell’arte, specie di quello che richiede una maggiore specializzazione della sensibilità andando al di là delle apparenze.

Una mostra “intelligente” su Von Gloeden è quindi estremamente apprezzabile e ha fatto bene Vittorio Sgarbi a pensarla.

Non c’è dubbio che le mostre d’arte ed altri eventi simili abbiano, accanto alle loro finalità intellettuali, anche una complessa funzione socioculturale, direi pedagogica, nell’informare (nel senso di far conoscere), educare (nel senso di abituare a guardare), stimolare (nel senso di far pensare) un pubblico sempre più vasto.

Ma le mostre possiedono un meccanismo selettivo, si aprono a chi “decide” di andare e come andare, spesso presentano un complesso apparato informativo. Chi ha pruderie pudiche può quindi decidere di girare al largo dalle foto di Von Gloeden, chi invece intende educare i figli con mentalità più aperta può decidere di portare un bambino di sei anni a conoscere e ad ammirare quei nudi, spiegando pazientemente loro il come e il perché. Comunque è una “scelta”.

Ma come ben sai il mondo del web è diverso. E’ una fiera dell’est infinita, una foresta talvolta pericolosa dove si aggirano lupi in paziente attesa del cappuccetto rosso di passaggio, un bengodi dove un pinocchio di qualsiasi età e condizione sociale può perdersi dietro ad un mellifluo raggiro, tutti rigorosamente ad accesso libero…

Oggi si spendono milioni di parole per criticare la frontiera senza legge del mondo dei social, dove haters senza rispetto aggrediscono la dignità degli altri; dove si programmano le manipolazioni più avvilenti dell’animo umano; dove si reclutano terroristi; dove ad ogni minuto si elaborano fake news per stravolgere la conoscenza e il pubblico diritto all’informazione; dove qualsiasi deontologia professionale può essere stravolta e bruttata; dove una immagine intima può essere divulgata al colto e all’inclita, fino a indurre la vittima a gesti disperati.

Si criticano quei giganti del web che non riescono a controllare una situazione che forse è sfuggita loro di mano, o sulla quale lucrano impunemente, e si invoca da loro un intervento riparatore.

Ne scrivono allarmati giornalisti, sociologi, psicologi, pedagogisti, filosofi, intellettuali di diversa e persino opposta ispirazione, tutti d’accordo sulla necessità di “filtrare” i messaggi di una giungla comunicativa che è potenzialmente creatrice di cultura e di crescita umana, ma anche dei peggiori abomini.

E’ possibile che gli algoritmi di Facebook siano unilaterali e insoddisfacenti nel trattare con mentalità troppo presbiteriana il sesso, un argomento che comunque lo si voglia interpretare richiede tuttavia equilibrio e sensibilità pedagogica – lo esige anche la psicoanalisi più rivoluzionaria – ogniqualvolta si rivolge ad un soggetto in crescita psicofisica e intellettuale.

Ma è proprio Facebook la piattaforma comunicativa più ampia e problematica, quella dove è più facile trovare pecore e lupi, scimmie e leoni, saggi e perversi. Così, che debbano esistere degli algoritmi di controllo in particolare su Facebook alla fine lo invocano tutti coloro che di occupano di media, di cultura, e soprattutto di formazione.

Senza confondere, quindi, le necessarie esigenze formative/educative dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche di altri soggetti intellettualmente meno preparati, con la tutela generale della libertà di pensiero, soprattutto nel campo dell’espressività artistica. Ma di certo, non si può pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca, come recita un vecchio adagio, sessista sì, ma limpido nel suo senso metaforico.

In ogni caso, gli eccessi e gli estremismi non sono lo strumento migliore per progredire assieme (ripeto: assieme), tanto meno per e-ducare, anche se possono essere degli stimoli salutari se ci si assopisce, come il pur discusso “sessantotto” ci ha regalato.

Vittorio Sgarbi sapeva quel che faceva e a cosa andava incontro pubblicando su Facebook i nudi di Von Gloeden; se lo ha fatto apposta per scatenare ripensamenti e meditazioni intellettuali sulla questione, ben vengano e ben venga la conseguente discussione.

Ma una discussione dove le ragioni degli uni e degli altri trovino rispetto e accoglienza reciproca, senza che la vincano necessariamente i torquemada della provocazione e della rivoluzione culturale ad ogni costo.

Scandalizzarsi perché è stato censurato qualche innocente pisello fotografico può essere comprensibile, alla luce della “normalità” accordata all’augusto pisello di un qualsiasi David di marmo. Ma invocare una liberalizzazione del pisello fotografico (che è altro semioticamente da quello marmoreo!), sul web, solo perché frutto di un impulso artistico, può anche essere eccessivo e controproducente, specie se poi il discorso viene generalizzato.

Non si tratta di lasciare spazio a qualche gretto bigottismo, ma di considerare processi di costruzione di senso che in una società democratica e plurale vanno verificati e modulati rispetto agli interlocutori, altrimenti si rischia – paradossalmente – una applicazione dittatoriale del cosiddetto “politicamente corretto”.

In tal caso accadrebbe infatti di dover fare un “tana libera tutti” che darebbe campo libero anche agli orchi del web, pur di rivendicare la libera espressione dell’arte ovunque e dovunque senza quella misura che – certamente difficile da stabilire – pure dell’intelligenza e della saggezza ne è comunque l’espressione.

Che piaccia o non piaccia – con tutto il rispetto – a Baudelaire…

Francesco Mattioli


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8 ottobre, 2018

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