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Maxiprocesso Aemilia - Tra i 125 condannati anche due imputati nei confronti dei quali si era costituito parte civile un imprenditore di Tarquinia, vittima di estorsione

‘Ndrangheta al nord, più di mille anni di carcere

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L'avvocato Paolo Pirani

L’avvocato Paolo Pirani

Il tribunale di Reggio Emilia

Il tribunale di Reggio Emilia

Tarquinia – Cento quarantotto imputati, sfiorate le 200 udienze. 125 condanne, 19 assoluzioni e quattro prescrizioni. 1223 gli anni di reclusione inflitti dal tribunale di Reggio Emilia. Sono i numeri di Aemilia, il più grande processo contro la ‘ndrangheta del nord Italia. Nato da una maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, il primo grado si è concluso mercoledì scorso.

Tra i 125 imputati condannati, oltre all’ex calciatore Vincenzo Iaquinta e al padre Giuseppe, anche l’imprenditore emiliano Omar Costi e l’ex carabinieri Mario Cannizzo. Nei confronti di questi ultimi si era costituito parte civile, tramite l’avvocato Paolo Pirani, anche l’imprenditore tarquiniese Andrea Cesarini, vittima di estorsione. Come riporta Reggio Sera, Costi è stato condannato a tredici anni e nove mesi di reclusione più una multa di 1150 euro. Mentre a Cannizzo è stata comminata una pena pari a 9 anni di reclusione.

Andrea Cesarini, 45 anni, è titolare di un negozio di telefonia a Tarquinia. Nell’estate 2014 finisce ai domiciliari nell’operazione Octopus della procura di Reggio Emilia. Emissione di fatture false il reato contestato dagli inquirenti, con i quali l’imprenditore collabora fin dal primo momento rispondendo alle domande dei pm titolari della maxi inchiesta. 

Lo scenario che emerge è completamente capovolto. Da indagato (lo è tuttora, da poco è stato raggiunto dall’avviso di conclusione delle indagini), Cesarini racconta episodi che lo rendono a tutti gli effetti una vittima. Vittima di estorsione. Poi la costituzione di parte civile nei confronti di una manciata di imputati del maxiprocesso Aemilia, alcuni dei quali avevano scelto il rito abbreviato. Quest’ultimo filone è arrivato fino in terzo grado e si è concluso una decina di giorni fa. Come scrive l’Ansa, “la Cassazione ha confermato l’impianto accusatorio del processo di ‘ndrangheta Aemilia: sono 40 le condanne definitive”. Quella della suprema corte, dal punto di vista giuridico, è una sentenza storica. Per la prima volta è stato riconosciuto ed è passato in giudicato che la cultura e il metodo mafioso, in questo caso quello della ‘ndrangheta, sono radicati anche fuori dalla Calabria ed esistono pure al nord.

Andrea Cesarini sarebbe stato costretto a versare 230mila euro in contanti, 600mila in assegni e la sua Lamborghini Gallardo. Secondo i magistrati titolari della maxi inchiesta, i presunti estorsori dell’imprenditore tarquiniese avrebbero agito “avvalendosi della condizione di intimidazione derivante dalla loro appartenenza alla ‘ndrangheta e in particolare all’articolazione ‘ndranghetistica emiliana”. 

Per quella Lamborghini, Cesarini è finito nei guai: indagato per calunnia. Non sapendo come giustificarne l’esproprio, disperato e nel panico, ha sporto una denuncia per furto contro ignoti. Una denuncia che si è poi trasformata nel boomerang di un’accusa di calunnia allo stesso imprenditore tarquiniese, perché le indagini avevano portato a identificare un sospetto autore del furto che in realtà non aveva rubato nulla. Solo Aemilia ha chiarito che fine avesse fatto la supercar. Per questa vicenda Cesarini è finito a processo davanti al tribunale di Civitavecchia, ma il suo avvocato Paolo Pirani è fiducioso di poter chiarire tutto.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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5 novembre, 2018

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