Viterbo – Cento anni fa, nel mese di giugno del 1918, quando la Prima Guerra Mondiale stava per finire e la vita ritornava piano piano alla normalità, iniziava la sua attività in Corso Vittorio Emanuele III a Viterbo l’artigiano orologiaio Francesco Capobianchi.
Allievo della più antica e rinomata orologeria viterbese di Evaristo Minissi fondata nel 1888, all’età di 25 anni Francesco, che era nato il 13 gennaio 1893, si mise in proprio e aprì il suo laboratorio artigiano in corso Vittorio Emanuele III n. 3C, come indicato sulla “Guida turistica, commerciale, industriale , agricola della provincia di Viterbo” del 1931, poi diventato Corso Italia n. 21.
In quegli anni, secondo quanto scritto sempre sulla Guida anzidetta, oltre a Francesco Capobianchi, erano a Viterbo altri laboratori da orologiaio e tra questi: Teresa Milioni vedova Papini in Via Indipendenza, Evaristo Minissi in Corso Vittorio Emanule III n. 50/A, Gherardo Spicciani in Via Indipendenza e Pietro Municchi in Piazza del Gesù.
Francesco, giovane e preciso come un orologio svizzero, tra le altre cose, della sua attività, ha lasciato scritti degli appunti su un quadernetto, recuperato dall’oblio nell’ultima edizione di Paperonly mercatino di solo materiale cartaceo che si tiene a Viterbo l’ultimo fine settimana di ogni mese, riguardanti le “Spese di negozio” dal 1918, anno di apertura, fino al 1946 con note aggiuntive che arrivano fino al 1961.
Questo interessante documento cartaceo contiene, tra le altre cose, l’elenco dettagliato delle diverse spese sostenute per i contratti di affitto, per l’allaccio della luce elettrica, per gli atti amministrativi o bolli e in generale per la conduzione del laboratorio artigiano (spugne, scope, grasso per la saracinesca, timbri, lampadari, vernice ecc.).
Nel 1918 le spese generali ammontarono a 408,80 lire. Soltanto il pagamento anticipato di sette mesi di pigione, fino al 20 gennaio 1919, gli costò 204 lire.
Alcune curiosità perché sarebbe lungo elencarle tutte: nel 1924 la reclame sul sipario del Teatro Genio, per la durata di tre anni, costò a Francesco 156,50 lire; la reclame sui manifesti teatrali 30 lire; la reclame sul giornale “La Rocca” 35 lire; nel 1925 la locandina italiana per la venuta del Re 13 lire; la pagina di reclame sulla “Guida di Viterbo e circondario” 200 lire; nel 1927 la cauzione per il commercio tramite una cartella del prestito del Littorio da 500 lire costò 438,50 lire; sempre nel 1927 una scopa per spazzare in terra costava 5 lire e l’abbonamento al giornale Argus 15 lire.
Simpatica l’annotazione che Francesco fece relativamente alle spese del 1928: “contravvenzione per non avere bollato la bilancia che non ho 51,85 lire”.
Si sa che la dittatura è una brutta bestia! Il calendario della milizia nel 1940 costò a Francesco 8 lire e l’anno dopo una sveglia, “regalata per ragioni di bottega”, costò 45 lire. Nel 1942 un orologio, sempre “regalato per ragioni di bottega” costò 105 lire. Nel 1945 il Fondo di Solidarietà Nazionale costò 250 lire.
Nel prezioso quaderno sono annotati anche gli orologi abbandonati dai clienti e venduti dopo cinque anni di permanenza del negozio. Alcuni di questi orologi furono “offerti allo Stato” e “dati alla Patria” come quello di “Sorrini Romolo, orologio di argento 18 linee grammi 20 – lire 10 di riparazione abbandonato da vari anni – dato alla Patria il giorno 20 – 12 – 1935”.
Nel 1961 l’orologio di argento 16 linee di un certo Serafini “lasciato in riparazione nell’ottobre del 1949 combinato lit. 1500 non più richiesto” Francesco lo regalò a sua sorella suor Maria Paolina monaca a Santa Rosa. In questo stesso anno, all’età di 68 anni, Francesco Capobianchi venne premiato presso la Camera di Commercio di Viterbo, con tanto di diploma e medaglia d’oro, dall’onorevole Giulio Andreotti per meriti di alta professionalità conseguiti durante l’attività artigiana.
Dopo la morte di Francesco, avvenuta il 15 luglio 1975, il laboratorio, vicinissimo al Gran Caffè Schenardi, è rimasto di proprietà della figlia Anna Lucia coniugata con Agostino Garberoli. Quest’ultimo conserva ancora un’ampia documentazione dell’epoca e ricorda con immutabile affetto il maestro artigiano Francesco Capobianchi, suo suocero.
Silvio Cappelli
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