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Viterbo - Intervista al vicedirettore del Corriere della sera Antonio Polito oggi alle 17,30 al teatro Caffeina con il suo ultimo libro "Prove tecniche di resurrezione" (Marsilio)

“Tutti sentiamo la necessità di risorgere…”

di Paola Pierdomenico
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Antonio Polito

Antonio Polito

Viterbo – “Tutti sentiamo la necessità di salutare la parte di noi che se ne è andata e risorgere”. Antonio Polito oggi alle 17,30 presenta al teatro Caffeina il suo ultimo libro Prove tecniche di resurrezione (Marsilio), dieci consigli per provare a conquistare la felicità dopo il giro di boa a cui tutti ci troviamo di fronte a un certo punto della nostra esistenza. Il momento in cui iniziare a “fare pulizia” per alleggerirsi dai pesi inutili e ritornare a essere padroni del proprio tempo. Un decalogo per chi “cerca e trova un modo per cambiare così radicalmente da risorgere.”

Quali sono queste prove tecniche di resurrezione?
“Sono una decina di proposte – dice Polito – che faccio a chi come me si trova al giro di boa della vita e si pongono il problema di come ricominciare, ripartire e di come rinascere o risorgere, fondandone una nuova.

L’occasione può essere appunto la constatazione di un passaggio di età, un trauma, un dolore, la perdita di una persona cara, la fine di un amore o un insuccesso professionale. Tutti ci troviamo, a un certo punto della nostra vita, di fronte alla necessità di salutare la parte di noi che se ne è andata e risorgere. Le prove tecniche sono dieci proposte semplici non per asceti o per persone che vivono sulle colonne e fanno gli stiliti. Sono per gente normale come noi che continua a vivere, lavorare e avere una famiglia, ma che cerca e trova un modo per cambiare così radicalmente da risorgere”.

Nel libro dice: “non si può neanche immaginare la resurrezione senza prima fare pace con la morte perché se distogliamo gli occhi dal morire, pregiudichiamo anche la gioia di vivere”. E’ stato così anche per lei ed è da qui che ha preso lo spunto per scrivere il libro? E’ stato questo il suo Grande cambiamento?
“Ha avuto una grande parte nella constatazione del grande cambiamento, perché la perdita di mio padre mi ha costretto a guardarmi in maniera diversa, con uno sguardo nuovo rispetto al passato e non più corrispondente al sé che mi sento dentro, allo specchio mi sono riconosciuto così simile a lui da sentirmi vecchio. La riflessione sulla morte ha avuto un gran peso, sia sulla morte altrui, nella fattispecie su quella di mio padre, perché, per una serie di ragioni che spiego nel libro, ci siamo reciprocamente negati la sua imminente morte e forse per proteggerci abbiamo perso i mesi più importanti del nostro rapporto. Questo è un cruccio che mi porto dietro e di cui parlo per prendere spunto e dire che bisogna combattere questo tabù, la paura di parlarne e il rifiuto di considerarla o di citarla, per esempio, di fronte ai bambini. Ha avuto poi un gran peso anche nel rapporto con la mia e la nostra finitezza. Racconto, infatti, tutte le ricerche scientifiche e i finanziamenti ingenti che, soprattutto nella Silicon valley, sono usati per trovare la via dell’immortalità. Cerco, invece, di proporre un’idea della morte che sia indispensabile alla vita. Saper accettare questa finitezza è parte fondamentale della qualità della vita”.

A un certo punto “ci si guarda allo specchio e non ci si riconosce più”. Ed è qui che, dopo i sessanta anni, si va verso la conquista dell’elisir della lunga giovinezza. Secondo lei è così brutto invecchiare e come si accetta questo passaggio?
“Non è affatto brutto e il libro, alla fine, serve appunto a tracciare una strada per cui l’invecchiamento è anche una forma di liberazione da una serie di convenzioni, pesi e obblighi che possono perfino rendere l’ascensione di questo tratto finale più leggera e forse più felice. Si tratta però di risorgere e capire che, a un certo punto, comincia una vita nuova e si rinasce daccapo. Non è che si tenta di riconquistare il sé che si era prima, ma inizia una vita nuova e conseguentemente bisogna farlo come quando si nasce. Da nudi, liberandosi di tutti i pesi precedenti. E’ un’opera di grande pulizia”.

Parla appunto della necessità di una pulizia che sia editoriale, nelle relazioni o nel campo delle idee. In cosa consiste e come si fa a capire quando è arrivato il momento di farla?
“A me è successo quando mi sono sentito oppresso da una quantità di pesi non tutti più ormai scelti da me o funzionali alla mia felicità e al mio benessere. Quindi ho capito che dovevo cominciare a sfrondare, a partire dai libri, dalle conoscenze e quindi dalle idee, perché ce ne sono delle vecchie che vanno buttate e cambiate”.

Dice di essere diventato conservatore, da rivoluzionario che era. Chi sono i conservatori di oggi?
“Oggi ce ne sono pochissimi e direi che nessuno ha il coraggio di definirsi tale, anzi, tutti i partiti politici si presentano con una proposta di grande cambiamento. Perfino i leader di schieramenti un tempo conservatori, come per esempio Trump che appartiene ai Repubblicani, e non lo è affatto, visto che vuole rifare tutto da capo e sta sconvolgendo l’assetto del partito. Questo eccesso di proposta di cambiamento rischia di essere pericoloso, sia perché svolge una pedagogia negativa nei confronti dell’opinione pubblica, dato che diventa così indispensabile e necessario da cambiare anche ciò che si sta già cambiando, sia perché in questa proposta ossessiva di cambiamento si mettono a repentaglio elementi fondamentali per la democrazia liberale con un rischio per le nostre istituzioni e per la nostra vita comune. Ci sono delle cose da conservare e forse, oggi, il miglior servizio che si può fare a una concezione progressista della politica è quella di tenere in piedi e proteggere alcuni capisaldi del liberalismo”.

Spesso si sente dire che i giovani di oggi sono dei mammoni e che devono emanciparsi dai genitori. Lei invece sostiene il contrario visto che “la disoccupazione giovanile di massa sta trasformando i genitori in un esercito di badanti”.
“Ci sono molti bamboccioni, cioè ragazzi che rimangono molto a lungo a casa con le famiglie, ma ci sono anche molti ‘babboccioni’, cioè molti genitori che trovano in questo un alibi per riempirsi la vita, continuando a fare i genitori, anche dopo la pensione e anche a scapito di un progetto di vita. E’ chiaro che la crisi economica, ma soprattutto la condizione italiana, in cui è così difficile trovare un lavoro per i giovani, rende molto complicata la separazione tra genitori e figli quando questi arrivano a una certa età. Ciò non toglie però che sia indispensabile, naturale e giusta, ma anche utile per entrambi: per i figli perché imparano così a non essere più dipendenti economicamente e psicologicamente dalla protezione famigliare e per i genitori che, a un certo punto della loro esistenza, hanno, non solo il diritto, ma anche il dovere di risorgere per ricominciare una vita nuova che non gira più del tutto intorno ai figli. La convivenza dentro le case di tre generazioni, forzata e protratta a lungo nel tempo, crea tensioni e malessere e, alle lunghe, è negativa per la ricerca della felicità di cui parlavo prima”.

A un certo punto, sentiamo il diritto alla pace interiore e alla felicità. Questo suo percorso porta a questo?
“Punta a questo. Non sto parlando da risorto, anzi, da persona che ha cominciato a scrivere questo libro sotto il peso di una crisi personale e un interrogarsi, cercando piano piano e con sempre maggiore leggerezza e allegria delle vie per uscirne. Ma è una proposta e non un’offerta di soluzioni sperimentate o un pacchetto turistico. Dico alla fine del libro che proprio la progressiva conoscenza e accettazione dei limiti che arrivano con l’età, non solo fisici, ma anche di memoria, quelli mentali o di velocità nell’agire e di prontezza sul lavoro, può liberarci e consentirci di guardare al mondo, senza essere costretti dal far bella figura con gli altri o dall’avere successo, dal non dover dimostrare niente a nessuno e quindi poter svolgere una ricerca un pochino più sincera e profonda su sé stessi, su quello che veramente ci interessa e ci piace e forse anche sulla prospettiva che ci è davanti, sia quella in vita che quella dopo la vita”.

Paola Pierdomenico


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19 dicembre, 2018

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