Viterbo – Un amico stagionato, Attilio Sidori, fedele lettore dei miei “amarcord”, mi manda la foto (rara) di un cartello apparso a metà anni Sessanta sulla porta di un piccolo magazzino di via Teatro Genio a Viterbo in cui Pizzeccacio (alias Dante Costantini) custodiva gli arnesi del mestiere.
Vi è scritto “Vende motore, carrettino e macchina del gelato”. Dunque il popolare personaggio viterbese – ben noto in città alla pari del cavalier Pela, di Peppe Tramontana, della Caterinaccia, di Schiggino, di Peppe l’Oca ed altri – era in procinto di abbandonare intorno al 1965 l’attività e ritirarsi dagli affari anche per motivi di salute.
Ma di chi stiamo parlando? Dante Costantini nacque a Viterbo il 21 luglio 1894. Il soprannome, così pittoresco, potrebbe riferirsi ad uno dei fratelli detto il “Cacino”. Aveva anche una sorella, Maria Il padre Giacomo, (detto Jachella), aveva sposato una vetrallese (Francesca Sanetti) che morì anzitempo.
Il piccolo Dante si trovò quindi subito in difficoltà, come peraltro accadeva a molti altri giovani del tempo, con il disagio peraltro di una malattia infantile, la poliomielite conosciuta allora col termine dialettale di “infantiijole”. Per questo venne riformato dopo la chiamata alle armi del 1915 per la Grande Guerra.
Il fratello Luigi ebbe migliore fortuna. Dopo un apprendistato presso il parrucchiere Mainella (in piazza delle Erbe a Viterbo), emigrò prima in Francia, poi a Roma dove aprì a via Veneto un salone di barbiere.
Dell’altro fratello Ugo non sappiamo, se non che rimase a Viterbo. Ma la Provvidenza si fece sentire e il nostro Pizzeccacio trovò un’accoglienza presso una coppia di giovani che gestivano un “Vino e cucina” in via dell’Orologio Vecchio. Lo accolsero in famiglia, lo aiutarono e le trattarono come un figlio. Ed eccoci alle sue imprese.
Non gli mancavano l’intraprendenza e la voglia di lavorare. D’inverno preparava e vendeva le caldarroste all’angolo di via Teatro Genio con via dell’Orologio Vecchio utilizzando un bidone attrezzato a braciere. Per confezionarle usava fogli di giornate da cui ricavava una serie ben ordinata di cartocci.
Quel punto vendita era favorevole soprattutto per le tante persone di ogni età che andavano al cinema Genio. La domenica e in occasione delle “prime” si creavano lunghe code al botteghino con file di gente per tutta la via. Non parliamo, poi, della riapertura del cinema Genio nel 1948 dopo i bombardamenti.
Film di inaugurazione, credo nell’agosto di quell’anno, “Anni Verdi” con Charles Coburn. che rimase per cinque giorni (non era mai accaduto). Le castagne bollenti, riposte in un cesto coperto da un panno di lana sdrucito, si travasavano religiosamente nella tasca del cappotto creando un provvidenziale tepore.
Una volta guadagnato a fatica il posto in platea o in galleria iniziava subito il rito della pulitura, con un sottofondo di un tenue scricchiolio. Le bucce arrostite si buttavano in terra senza tanti complimenti. Alla pulizia avrebbero provveduto le “maschere” del cinema, singolari figure di signorine che avevano anche il compito nella sala abbuiata di indirizzare con una torcia a pila gli spettatori nelle poltrone libere.
A Carnevale, riposte le castagne, Pizzeccacio si trasformava in venditore di coriandoli e stelle filanti in un banchetto allestito alla meglio in piazza delle Erbe, all’imbocco con il Corso Italia.
Attirava l’attenzione della gente con sollecitazioni del tipo “Coriandele zigrinate che vengono da Udele (Udine) e da Corfù” Non si sa perché citasse queste provenienze. Ma il vero business era d’estate quando tirava fuori dal magazzino il suo carrettino del gelato su cui troneggiavano due coperchi simili ad un asso di coppe.
L’arte del gelataio l’aveva appresa dal padre Giacchetta bianca, fare scherzoso, abile nel farsi voler bene soprattutto dai bambini, preparava due tipi di gelato, alla crema e al limone, utilizzando un rudimentale macchinario nel suo magazzino. Quello al limone era più gustoso.
In ogni caso lo serviva in un bicchierino (2 soldi), nella doppia rotella di cialda manovrata da uno strano aggeggio (4 soldi) e nel rettangolo, sempre di cialda (mezza lira).
In altri momenti dell’anno vendeva lacci e lucido per le scarpe, bottiglie vuote ed altre cianfrusaglie. Fece anche lo strillone di giornali e il raccoglitore di cicche il cui tabacco riciclato era destinato ai fumatori di pipa.
Intorno al 1966, dopo la morte della donna che lo aveva accolto nella sua famiglia, smise ogni attività e si rifugiò, ormai vecchio e stanco, nell’ospizio di San Carlo a Pioanoscarano dove rimase fino alla sua morte il 3 giugno 1970 all’età di 76 anni. Cosa rimane di lui? Credo nulla. Ed è un peccato.
Vincenzo Ceniti
Console Viterbo Touring club
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