Viterbo – Tante ne son successe in quattro mesi a Viterbo che il nuovo male fa scordare quello di una decina di giorni prima, il quale però sempre male resta e può pure peggiorare.
L’incalzare di notizie di stupro, assassinio, droghe in libertà, perfino liti pubblicamente scomposte sui valori democratici, avranno fatto dimenticare che a fine gennaio, sotto casa nostra, hanno scoperto un “sodalizio criminale in grado di assoggettare le vittime, piegate a un contesto gerarchizzato”, in sostanza, la mafia?
Il direttore Galeotti invitò subito a “denunciare, denunciare, denunciare” e le istituzioni, dopo un iniziale incomprensibile balbettio, si infilarono nel corteo anti della gente. Dal comune si proclamarono “muro invalicabile” dalla mafia.
Da augurarsi, comunque, che abbiano poi fatto qualche controllo mirato per saggiare la refrattarietà effettiva ad infiltrazioni mafiose sulle procedure d’appalto e concessione. Naturale aspettarselo e innaturale non aver eventualmente provveduto.
Anni fa uno dei maestri di giornalismo e di democrazia della Tuscia, Sandro Vismara, saggio, uomo di cultura ed educatore (forse il vero mentore dell’Università) scriveva che “ di fronte ai suoi problemi elementari” Viterbo preferisce discutere pubblicamente su altro tipo di vicende, diremmo oggi del gossip sui residenti temporanei nelle istituzioni locali, anzichè “guardare più attentamente in noi stessi per rendere meno aspri i rapporti e più civile e tollerante la contesa politica”.
Parole quanto mai attuali, quando la stessa lettura di reati o di emergenze sociali avviene con lenti politicamente graduate su scale di valori superate ma sempre comode, tipo fascismo/antifascismo, per nascondere forse quello che Pier Paolo Pasolini chiamava il “fondo brutalmente egoista della società”, fertile terreno di coltura dei fenomeni criminali che scopriamo anche da noi.
Il professor Vismara “antifascista a diciannove anni al tempo delle leggi razziali” ammoniva “Scomparso il tetro orbace, rimangono molti metodi e mentalità del ventennio: corsa al potere, demagogia, intolleranza. Perché la commemorazione della Resistenza sia feconda, essa non deve essere discorso di odio e divisione ma rispetto delle opinioni, delle competenze, dell’uomo e della maestà delle leggi”.
Era il 18 aprile 1965, giorno del suo compleanno. Il mese scorso ricorreva il centenario della nascita.
Renzo Trappolini
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