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“Schiavizzava le sue vittime tenendole prigioniere nell’agriturismo bunker”

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Viterbo - Palazzo di giustizia

Viterbo – Palazzo di giustizia

Tuscania – “Schiavizzava le sue vittime tenendole prigioniere nell’agriturismo bunker”. E’ ripreso con una testimonianza “pesante” il processo all’imprenditore agricolo accusato di schiavizzare le sue compagne, tenute prigioniere nell’agriturismo all’interno dell’immensa tenuta di famiglia, nelle campagne tra Tuscania e Marta.

Ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei è stato sentito dal pm Stefano d’Arma il maresciallo Luca Bussolin, attualmente comandante della stazione dei carabinieri di Bagnaia, all’epoca a Tuscania.

E’ stato lui a ricostruire il blitz del 30 novembre 2015 in cui fu “liberata” la dominicana che lo ha poi denunciato per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, costituendosi parte civile con l’avvocato Marco Valerio Mazzatosta al processo (Se mi denunci, prendo il migliore avvocato e orino in bocca ai giudici”). Ed è stato sempre lui a dire come quattro anni prima, nel 2011, il padre della ex compagna dell’imputato avesse lanciato l’allarme per una situazione analoga. 

“Ha plagiato mia figlia, le ha fatto il lavaggio del cervello. Prima era una persona solare, una figlia d’oro, Adesso si droga, è cambiata, non riusciamo più a parlare con lei”, avrebbe detto ai carabinieri il genitore della giovane, che è stata sentita come testimone dell’accusa nell’udienza dello scorso 16 aprile (“Mi ha segregata nell’agriturismo, togliendomi auto e cellulare”).  

“Noi andammo sul posto e faticammo a farla uscire da casa. Come poi la dominicana, anche lei si presentò sporca e trasandata, circondata dai familiari dell’attuale imputato che si intromettevano. Ci disse che non c’erano problemi, ‘qui sto bene e lavoro’, per cui archiviammo la questione, anche perché lei era di Marta e non c’era denuncia, C’erano invece altre indagini in corso per altre situazioni (detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, ndr)”, ha spiegato il maresciallo  Bussolin.

“Il 30 novembre 2015 andammo a cercare un fucile e lo trovammo, un fucile nascosto in una rimessa, con le canne mozze e la matricola abrasa, per il quale arrestammo l’attuale imputato e la madre, portando in caserma anche la compagna dominicana, che era mal messa, nell’abbigliamento e nell’aspetto, e che scoppiò a piangere disperatamente. Noi pensammo che piangesse per paura di venire arrestata anche lei, per cui la tranquillizzammo. Invece c’era ben altro. Cominciò a raccontare il suo calvario e ci tornò in mente la segnalazione fatta quattro anni prima dal padre della ex convivente”, ha proseguito. “La proprietà era un bunker”, ha concluso il testimone. 

Tra tante vessazioni di ogni genere da parte dell’imprenditore agricolo, descritto dalla dominicana come un marito-padrone, ci sarebbe stata anche la costrizione a fare sesso ogniqualvolta lui desiderava. “Lei aveva il terrore di restare incinta a causa delle continue violenze sessuali”, ha riferito un’amica della presunta vittima, sentita anche lei come testimone. Ma quando il difensore Marco Russo le ha chiesto cosa la coppia fosse andata a fare da una ginecologa si è impicciata. “Ci sono andati perché desideravano fare un figlio insieme”, ha spiegato allora il legale.

Per stringere i tempi, il collegio ha fissato le prossime tre udienze al 22 ottobre, al 19 novembre e al 17 dicembre. Solo per la difesa, dovranno essere ascoltati dieci testimoni.

Silvana Cortignani


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