Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo -La crisi economica del 2008/2009 è stata una crisi che ha consegnato l’Italia ad un futuro di paura ed incertezza, privando il nostro Paese impoverito di quelle fughe in avanti, di quelle capacità al limite fra genio e sregolatezza che nei decenni passati avevano dato corpo al miracolo italiano, contribuendo alla nascita di una potenza economica a livello mondiale.
Aspettative decrescenti, diseguaglianze e paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, cioè una società frammentata, debole, chiusa, regressiva, impaurita e demotivata. Tutto questo ha comportato la rinuncia a consumi, innovazioni tecnologiche, investimenti strutturali, strumentali, immobiliari, risparmi familiari. Tutti motori insostituibili per lo sviluppo nel Paese Italia, fondato sulla manifattura di alta qualità, in particolar modo quella artigianale.
In base a questo scenario la nostra associazione, la Confartigianato, ha aperto tavoli discutendo di prospettive di crescita e confrontandosi con responsabilità con tutti gli attori del vivere sociale (cittadini, consumatori, politica, sindacati, istituzioni e imprese di tutti i settori), per favorire l’avvio di una riflessione comune che si potesse trasformare in una nuova spinta propulsiva per costruire il futuro di ciascuno e, soprattutto, dell’Italia.
La crisi che blocca il nostro paese è economica, ma anche sociale. Da momentanea si è trasformata in strutturale, permanente, sostanziale, ed è degenerata in ideologica. Una vera e propria crisi di valori che ha colpito la tradizione delle piccole e medie imprese, vale a dire gli organi strutturali del Paese Italia, semi distrutti da politiche volte a favorire i grandi gruppi imprenditoriali. I quali non tardano a farsi spazio sulle macerie della perdita di posti di lavoro, creando imprese disincarnate a favore dei più robotizzati agenti di lavoro su scala: sempre meno arte e artisti artigiani a creare, sempre più macchine a realizzare un prodotto uguale ed in serie. L’artigianalità risulta così in declino rispetto alle produzioni di massa, spesso derivate da terre lontane, discriminatorie verso i molti volti dei tanti piccoli imprenditori che fino ad oggi hanno reso l’Italia una potenza economica manifatturiera.
Siamo certi che queste politiche tramonteranno quando non ci saranno più gli agenti deterrenti per veicolare la bassa qualità a scapito della vera qualità. Identificheremo ancora una volta, con forza, la qualità, la bontà qualitativa, le produzioni agricole Italiane, le trasformazioni alimentari di qualità superiore come le uniche porte da attraversare per correre verso un mercato estero sempre in attesa dei nostri prodotti, in barba a chi invece cerca di fare di tutto per convincerci del contrario.
Il fatto che oggi arrivi prima un pacco spedito da una parte all’altra della città rispetto all’intervento di un’ambulanza a casa di una persona in difficoltà, la dice lunga sui tempi necessari a creare nuove sensibilità umanistiche, troppo a lungo distorte dai soli valori di mercato.
La bassa natalità; la paura del diverso; la crisi del matrimonio come forma familiare; il superamento dell’attrattiva del lavoro in funzione del solo e facile guadagno; l’attesa e l’attrattiva della componente fortuna, dell’apertura dei “pacchi” rispetto al sacrificio di costruire un futuro sulla conoscenza scolastica e sulla cultura in genere; la ricchezza come solo strumento di distinzione di massa; gli oggetti di culto in contrapposizione ai valori umanistici: sono tutti elementi limitativi, e aggiungo di lettura complessiva, per animare un vero sviluppo a misura d’uomo e per la rinascita dopo una crisi soprattutto sociale.
Stefano Signori
Presidente Confartigianato Imprese di Viterbo
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