Viterbo – Ai piedi delle mura di Viterbo, dove esse fanno angolo tra viale Raniero Capocci e piazzale Gramsci, si trova un masso di peperino. Vi è incastonata una lapide di travertino, che ricorda l’atroce episodio che in quel luogo avvenne l’8 giugno 1944, quando i nazisti vi trucidarono tre persone. Due erano uomini e la lapide riporta il loro nome: Giacomo Pollastrelli e Oreste Telli. La terza era una donna, “una donna – vi è scritto – rimasta sconosciuta”.
Chi era? Andava al lavoro, a fare la spesa? Cosa pensava prima di venire catturata ed uccisa? Era preoccupata, lieta, innamorata? Magari canticchiava un motivo alla moda in quella giornata di giugno. Nessuno lo sa e nessuno l’ha pianta come persona individualmente amata, ma solo come un disgraziato essere appartenente al genere umano.
La storia le ha tolto la vita, il nome, l’affetto dei cari. Certo, reale e inciso è soltanto l’epilogo tragico della sua esistenza, quella che ho provato a immaginare in quattro racconti: quelli di Flora, Elena, Nannina, Serena, due narrati in prima persona e due in terza anche per guardare sotto diverse prospettive queste possibili storie e, con esse, rammentare la storia della città di quei giorni .
Il desiderio di scriverne è nato quando Raimondo Raimondi, che ringrazio particolarmente, qualche tempo fa ha riportato l’attenzione pubblica sulla vicenda di questa donna, intorno al cui ricordo l’Auser organizza già da due anni iniziative con le scuole della città.
Ho pensato che, ricorrendone il settantacinquesimo anniversario, pubblicare questi racconti potesse essere un modo per commemorare quella persona e quell’episodio, avvenuto giusto il giorno prima che le forze alleate entrassero a Viterbo e la liberassero dall’occupazione nazifascista.
Valerio De Nardo
Una donna rimasta sconosciuta – Serena – La partigiana – 4
L’ordine venuto dal comando della brigata è chiaro. Serena deve raggiungere Viterbo senza lasciapassare, cercare Giacomo e Oreste e farsi consegnare i documenti sottratti al presidio tedesco. C’è bisogno della massima segretezza e nessuno deve sapere chi ella sia né cosa sia venuta a fare.
La notizia è che stanotte i tedeschi se ne andranno e domani gli Alleati potranno essere già qui, occorre però avere certezza che così sia, in effetti, e per questo deve prendere i documenti e portarli immediatamente a Roma per tentare di decifrarli.
L’appuntamento è vicino a porta Murata, accanto alla rimessa di Garbini bombardata lo scorso gennaio. Serena è una giovane carina, ma oggi è senza trucco e con vesti sobrie, che opportunamente indossa per farsi notare il meno possibile e portare a termine la missione affidatale.
Arriva con il treno della Roma Nord. Èin orario. Scende dal convoglio e guarda il cielo terso, sbottonandosi la giacchetta di cotone beige, che indossa sulla camicetta. Fa caldo e le rondini volteggiano intorno alle mura cittadine.
Èorgogliosa di servire la Patria, di mettere la sua vita a rischio per liberarla dal giogo della croce uncinata. Non potrà dimenticare la sua compagna di scuola che all’improvviso, da un giorno all’altro, non trovò più nel banco accanto a sé. Non potrà perdonare le leggi razziali, che il fascismo promulgò per ignavia e ferocia allo stesso tempo e che segnarono, con la scomparsa della più cara amica, la fine della sua fanciullezza.
Ha poco tempo. Attraversa i binari che separano la stazione da piazza Umberto I e si dirige verso il luogo dell’appuntamento. Avverte nello stesso tempo un senso di fierezza ed un timore angoscioso. Qualcuno la guarda, molti vanno per la propria strada senza curarsi della sua presenza, mentre lei tiene bassi gli occhi, cercando di apparire come un’ombra.
“Eccoli! Sono loro”, pensa vedendo i segni distintivi convenuti: tengono in mano l’uno una pipa e l’altro un giornale, mentre appaiono discutere tranquillamente tra loro. Quando Serena è a pochi passi riconoscono la borsetta blu che identifica il loro contatto. Si sorridono a vicenda. Ma proprio in quel momento da dentro Porta Murata e dalla piazza arrivano correndo due pattuglie di soldati tedeschi.
Troppo precisa la loro presenza: qualcuno ha parlato! Giacomo e Oreste tentano la fuga, lei prova a tornare indietro, ma un giovane militare le è subito addosso e la immobilizza. La gente intorno guarda la scena senza avvicinarsi. A qualcuno che vorrebbe intervenire, se pur distante, i mitra spianati fanno subito cambiare idea.
Giacomo e Oreste sono perquisiti. Dalle tasche spuntano dei fogli che vengono loro sottratti. L’ordine è immediato ed una raffica di mitra li falcia senza pietà. Delle donne che assistono alla scena scappano gridando spaventate, mentre Serena è trattenuta da un giovane soldato. Si avvicina loro un ufficiale, che estrae la pistola dalla fondina e fa scorrere il carrello per caricare il colpo.
– Viva l’Italia, viva la libertà! – riesce a dire Serena in faccia al suo assassino.
La mattina dopo, 9 giugno 1944, una jeep entra in città da Porta Romana e si ferma in piazza del Plebiscito, davanti alla Prefettura. Ne scendono il capitano inglese John Kane e il sergente dell’esercito statunitense Anthony Lancione. I tedeschi hanno lasciato Viterbo nella notte appena trascorsa. Una notte dal cielo terso e stellato, una notte serena.
Valerio De Nardo
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