Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mi ricordo quando mio padre mi portò a vedere la Viterbese per la prima volta, un colpo di fulmine verso i colori gialloblù.
Era la gara Viterbese – Pescara di campionato (finì 0-0), nel girone B della serie C1 della stagione 2001-2002. Avevo solo 13 anni, ma avevo ben chiaro già da allora quale fossero i colori che riempivano il mio cuore.
Mio padre mi ha cresciuto con il mito dell’Inter, in casa si guardavano le partite dei nerazzurri, ma in fondo in fondo nel suo cuore batteva a caratteri cubitali la scritta Viterbese. Una passione tramandata, covata inconsapevolmente per esplodermi ogni settimana, quando in casa si festeggiava per due risultati, quello dell’Inter ma soprattutto quello della Viterbese.
Il lavoro, purtroppo, mi ha tenuto lontano per molto tempo da questa splendida realtà ma ora sono tornato. Mai cuore mi è battuto così forte di come quando sono rientrato in curva, nella nostra curva in quella finale di coppa Italia poi vinta.
Ora ho un figlio, e senza plagiarlo, mi rendo conto che le passioni sono nel dna. Vederlo cantare alzando le mani al cielo (anche in camera da solo a volte) “Segna per noi, vogliamo vincere” seguito da un timido “Forza Viterbese” mi riempie il cuore di orgoglio e mi fa capire che la genetica non sbaglia mai. Quella passione, quell’amore verso la città che mi ha cresciuto, si ripercuote inevitabilmente nella prole.
Che dire, questi giorni sono stati sofferti e travagliati per via di Piero Camilli e delle sue scelte più o meno condivisibili. Io dico solo una cosa: Viterbo è dei viterbesi e la Viterbese è di chi la ama. Nel bene o nel male, saremo sempre al seguito dei colori gialloblù. I presidenti passano ma la passione resta.
Mirko Babbini
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