Viterbo – Dalla radio, in macchina di fronte a Ponte dei Cetti, a quindici giorni dal trentanovesimo anniversario dell’assassinio, qui, dei carabinieri Cuzzoli e Cortellessa, la notizia che il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato ucciso da un ragazzo dell’America digitale col metodo primitivo dei fendenti di lama.
“Come sono le cose!” avrebbe detto mio nonno che alle pareti della sala buona di casa aveva le foto grandi del fratello e del figlio in alta uniforme dell’Arma.
Cose che, quando accadono, per molte famiglie che un carabiniere allo Stato lo hanno dato o lo danno, svelano un nervo scoperto, bombardano un dna pacifico che rifiuta la ragione e per guardare avanti senza retorica ricorre al poeta. Così, per il resto del viaggio, echeggiano le parole e la musica di Fabrizio De Andrè.
Avesse seguito il suo consiglio, avesse sparato per primo, “Sparagli Piero, sparagli ora”! Invece anche lui gli usa, all’assassino (giovane o no niente conta), quella premura che non gli dà il tempo di vedere il suo sangue. Per prudenza, per rispetto della vita, per il prevedibile processo tanto inevitabile quanto difficile da capire il quale avrebbe distrutto la famiglia che solo quarantatre giorni prima aveva formato.
Con Rosa Maria, farmacista fresca di laurea, ventottenne vedova. “Lei che lo amava e aspettava il ritorno di un marito vivo, di un eroe morto che ne farà?”. Dicono che abbia pensato alle cinque piaghe di Cristo ma al suo Mario le coltellate sono state sei di più: undici.
Presto i giornali la dimenticheranno perché fanno più notizia e più vendite i misteri veri o presunti dell’interrogatorio bendato in caserma o la difesa subdolamente a priori del cittadino Usa da parte di quegli americani che – avesse assassinato uno di loro – lo avrebbero già messo nella camera della morte.
A Rosa Maria, “accanto nel letto resterà la gloria di una medaglia alla memoria” ma il cuore forse “coltiverà per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso” .
E chi per guadagno (e sono molti e diversi) intanto “la terra sparge sull’ossa e riprende tranquillo il cammino, giunga anch’egli stravolto alla fossa, con la nebbia del primo mattino”.
Condoglianze signora!
Renzo Trappolini
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