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Roma - Operazione Giù le mani - Confiscati 172 immobili e 120 milioni di euro - Impegnata pure la polizia di Viterbo - FOTO - VIDEO

‘Ndrangheta, sequestri anche a Faleria

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Polizia - Operazione Giù le mani

Polizia – Operazione Giù le mani

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Polizia – Operazione Giù le mani

Roma – Blitz contro la ‘Ndrangheta, sequestrati 120 milioni di euro e 173 immobili tra Roma e altri comuni del Lazio, compreso Faleria. In questo e altri centri si erano concentrati investimenti immobiliari.

Al risultato, la polizia è arrivata dopo una complessa attività d’indagine di natura patrimoniale, con l’obiettivo, spiegano dalla questura di Roma, di aggredire patrimoni di mafia.

La divisione polizia anticrimine ha eseguito decreti di sequestro di beni, ai fini della confisca, emessi dal tribunale di Roma nell’ambito dell’operazione “Giù le mani”.

Il maxi sequestro il cui valore è di oltre 120 milioni di euro, è stato adottato, come riporta la nota della polizia, nei confronti di: Placido Antonio Scriva, nato ad Africo (RC) l’11.04.1966, Domenico Morabito nato ad Africo il 9.8.1967, Domenico Antonio Mollica, nato a Melito di Porto Salvo (RC) il 10.09.1967, Giuseppe Velonà, nato a Bruzzano Zeffirio (RC) il 28.11.1954 e Salvatore Ligato, nato a Bruzzano Zeffirio (RC) il 23.11.1964.

Come spiegato nella nota della polizia, si tratta di esponenti di vertice del gruppo laziale della pericolosa e temuta ‘ndrina di ‘ndrangheta Morabito – Mollica-Palamara – Scriva, originaria di Africo (RC) e insediatisi a nord della provincia di Roma a partire dagli anni ’80.

“Il loro inserimento nella cosca di ‘ndrangheta può definirsi per nascita – spiega la polizia – dato che sono figli di indiscussi sodali, insieme ai quali parteciparono attivamente alla  sanguinosa guerra intestina,  combattuta negli anni ‘80/’90 nei comuni reggini di Africo e Bruzzano Zeffirio tra i potenti gruppi degli Scriva-Palamara-Speranza,  da una parte,  e quello dei Mollica-Morabito, dall’altra, tristemente nota come faida di Motticella, che determinò l’uccisione di circa cinquanta persone e la chiusura,  da parte degli organismi di vertice della ‘ndrangheta,  della “locale”.

L’attività investigativa svolta da personale del Settore Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Polizia Anticrimine coordinati da Angela Altamura, ha ripercorso “la carriera criminale” e analizzato  le posizioni economico-patrimoniali delle persone interessate, dei rispettivi nuclei familiari e terze persone, evidenziando una notevole sproporzione tra i beni posseduti, direttamente o per interposti fittizi,  e i redditi dichiarati o l’attività economica svolta, ovvero: “la sussistenza di sufficienti indizi per ritenere che essi siano il frutto d’attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”.

Dei cinque, tre sono condannati in via definitiva per associazione di tipo mafioso, spiegano dalla questura.

Come spiegato dalla polizia, le attività illecite cui si sono dedicati riguardano i più risalenti sequestri di persona a scopo di estorsione, il traffico di stupefacenti e di armi e i più recenti casi di estorsione, usura e intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso. 

L’inserimento nel tessuto economico e i rilevanti interessi imprenditoriali sono emersi, oltre che nella capitale, prevalentemente nei centri poco distanti, nell’area della Tiberina e della Flaminia, quali  Rignano Flaminio, Morlupo, Sant’Oreste, Capena, Castelnuovo di Porto, Campagnano e Sacrofano, con investimenti immobiliari in Alghero (Sassari), Rocca di Cambio (L’Aquila), Genova, Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria) e Faleria (Viterbo), “inquinando profondamente l’economia legale – dicono dalla questura – anche avvalendosi dell’apporto di specifiche competenze professionali, istituzionali e del sistema bancario”.

Accertate: “pesanti infiltrazioni in diversi settori produttivi tramite interposti fittizi,  tra cui Massimiliano Cinti, nipote del noto boss romano e il cassiere della “Banda della Magliana” Enrico Nicoletti”.

I settori economici di riferimento sono risultati quelli della distribuzione all’ingrosso di fiori e piante, della vendita di legna da ardere, dell’allevamento di bovini e caprini, bar e gastronomia e commercio di preziosi e gioielli, mentre attraverso prestanome sarebbero arrivati nel settore della grande distribuzione attraverso supermercati, in quelli edilizio e immobiliare, della panificazione, della vendita di prodotti ottici e dei centri estetici.

L’indagine ha avuto, come sottolinea la questura, il pregio d’individuare nella forma giuridica del contratto di rete di imprese uno strumento idoneo e perfettamente funzionale alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione criminale che, attraverso la Rete di Imprese Morlupo, hanno appurato gli investigatori, si è recentemente aggiudicata l’assegnazione di un finanziamento pubblico di 100 mila euro da parte della regione Lazio, oggi in sequestro.

Il provvedimento riguarda patrimoni del valore di oltre 120 milioni di euro, ma restano ancora da quantificare le disponibilità finanziarie presenti sugli oltre mille rapporti bancari accertati e gli ulteriori beni che dovessero essere individuati in corso di esecuzione:

173 immobili, ubicati in Roma, Rignano Flaminio; Sant’Oreste; Morlupo; Capena; Castelnuovo di Porto; Campagnano Romano; Riano; Grottaferrata; Faleria (VT); Rocca di Cambio (AQ); Alghero (SS); Genova e Bruzzano Zeffirio (RC);

38 quote societarie e ditte individuali;

40 complessi aziendali di cui 7 supermercati siti in Roma, Rignano Flaminio, Capena, Fiano Romano, Morlupo e Castelnuovo di Porto.

4 allevamenti di bovini, bufalini, ovini e cavalli;

38 veicoli tra cui una Ferrari F 131 ADE;

1 contratto di rete di imprese e fondo patrimoniale finanziato dalla Regione Lazio di  100mila euro

titoli per l’erogazione di aiuti all’agricoltura finanziati dall’Unione Europea; oltre 1000 rapporti finanziari;

gioielli e preziosi il cui valore deve essere periziato, contenuti in 3 cassette di sicurezza gia’ sottoposti a sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p.;
assegno circolare di 90mila euro;

dispositivi informatici (personal computer, tablet, telefoni cellulari ecc.) intestati a persone fisiche comunque nella disponibilità diretta o indiretta dei proposti.

Per la prima volta, in materia di procedimenti di prevenzione, il sequestro riguarda anche eventuale moneta virtuale o criptovaluta che dovessero essere individuate nella disponibilità diretta o indiretta dei proposti.

L’esecuzione del provvedimento ha richiesto l’impiego di 250 della polizia di stato delle divisioni e commissariati competenti per Roma e provincia, nonché la collaborazione di personale del compartimento polizia postale e delle comunicazioni Lazio, del reparto prevenzione crimine Lazio, del locale gabinetto interregionale di polizia scientifica, di un’unità cinofila e del reparto Volo.

Inoltre, impegnate nell’esecuzione le divisioni polizia anticrimine delle Questure di Viterbo, L’Aquila, Sassari, Reggio Calabria, Genova, Milano, Palermo, Pistoia e Vibo Valentia e i commissariati di di Alghero e Bovalino.

“Il livello criminale delle persone coinvolte, l’impero imprenditoriale della cosca calabrese, il potere di alterare il mercato economico – fanno notare dalla polizia – consentono di sostenere che le mani della ‘ndrangheda su Roma sono ormai sempre più “ visibili” e che i “pezzi di ‘ndrangheda” presenti nei comuni a nord della capitale sono capaci di replicare pienamente la propria struttura criminale nel territorio dove si sono stabilizzati.

Il maxi sequestro costituisce una straordinaria azione di contrasto alla criminalità organizzata e un importante strumento attraverso il quale le aziende sequestrate vengono sottratte al circuito criminale per essere restituite alla collettività. Infatti le attività non saranno chiuse bensì gestite dall’amministrazione giudiziaria al fine di immetterle in un percorso di legalità”.


Blitz contro la ‘ndrangheta, sequestrati 173 immobili


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3 luglio, 2019

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