Milano – Omicidio Lidia Macchi, assolto in appello Stefano Binda.
Il 51enne era imputato per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa di 21 anni uccisa nel gennaio 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto. La ragazza è stata accoltellata con 29 fendenti.
I giudici hanno così respinto la richiesta del sostituto procuratore generale di Milano, Gemma Gualdi, che aveva chiesto di confermare la sentenza di carcere a vita inflitta in primo grado a Varese.
L’uomo era stato condannato al “fine pena mai” a distanza di 31 anni dal delitto perché presumibilmente inchiodato da una lettera spedita il giorno del funerale.
Oggi quella sentenza è stata ribaltata.
“Io sono innocente. Non l’ho uccisa io, non so nulla di quella sera, ero a Pragelato dall’uno al sei gennaio 1987, ricordo di due pullman di persone e solo al ritorno ho appreso della notizia dell’uccisione di Lidia Macchi”, si era difeso Binda in aula, facendo riferimento alla vacanza di Gioventù studentesca, dove l’allora ragazzo sosteneva di esser stato per l’intera durata non potendo dunque essere presente al momento dell’omicidio.
Stefano Binda, negli anni Ottanta, avrebbe avuto un certo ascendente tra i coetanei, ma doveva anche fare i conti con la tossicodipendenza. La ricostruzione della procura ipotizza che Lidia volesse aiutare Stefano e che per questo sia finita nel boschetto dietro l’ospedale di Cittiglio, dove consumò un rapporto sessuale con il presunto assassino (non si sa se consenziente o meno).
La procura aveva sintetizzato così il movente: “Ha paura che Lidia confessi quanto è successo alla sua famiglia, alle guide spirituali, agli amici. Allora perde la testa, estrae un coltello e colpisce Lidia al torace e al collo”.
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