Viterbo – I tempi cambiano, è noto. Cambiano perché cambiano le tecnologie, quindi le abitudini, quindi i bisogni, emergono problemi nuovi, anche di convivenza, di comunicazione.
Ma i valori? Anche quelli cosiddetti “non negoziabili”? Il bellocambia, e cambia persino il vero vero, ce lo dicono le scienze ma ce lo dimostrano anche i mass media. Cambia il giusto, sottoposto alle condizioni di una sua contestualizzazione storica e ideologica, e cambia il lecito, sottoposto alle mode, all’ipocrisia del politicamente corretto o a un moralismo codino e retrogrado. Così, anche il buono diventa dubitabile, visto talvolta come cedimento morale, talaltra come danno pedagogico di fronte al realismo della quotidianità.
E che dire della fede? Quella “senza se e senza ma”, di paolina memoria, si va perdendo, viene oggi vissuta tra mille dubbi e mille sofferenze, che sia religiosa, politica o morale. Di fronte a tutto ciò, che ne è degli ideali di libertà e di democrazia?
Eric Fromm ha distinto due tipi di libertà: la “libertà di” che ci chiama ad assumerci la responsabilità di fare delle scelte, e la “libertà da”, che ci libera da certi condizionamenti ed è vagamente anarchica. La “libertà di” ci costringe a essere cittadini, a con-vivere, ci espone all’errore e al pagamento di conseguenze. Oggi, noi preferiamo la “libertà da”, che ci toglie limiti e steccati, ci fa pretendere diritti senza assoggettarci a doveri, insomma quella autoreferenziale del “faccio quello che mi pare”.
Sulla democrazia il discorso è ancora più complicato. Perché esistono varie interpretazioni della democrazia. Quella elitaria descritta da Aristotele è improponibile, perché viene riservata a pochi eletti e oggi è la finta democrazia sbandierata da taluni movimenti conservatori e assolutisti. La democrazia che conosciamo noi invece è quella “rappresentativa”, che permettere a tutti di accedere, attraverso varie forme di partecipazione diretta a indiretta, alla costruzione della vita associata e che, oltre che dalle leggi ordinarie valide verso tutti, viene garantita da una Costituzione. C’è una terza forma di democrazia, che è quella per così dire “diretta”. Facile da applicarsi in piccole comunità faccia a faccia o quasi, come in una associazione o in una assemblea, finisce per trasformarsi in pericolosi assembramenti populisti di massa – e di piazza – dove vige la volontà del coro piuttosto che il dettato della legge e anche solo della ragione.
Il cambiamento della nostra società – anche in senso tecnologico – incide fortemente sul senso attuale della democrazia. Quella rappresentativa sta battendo la fiacca: l’individualismo diffuso impedisce di sentirsi responsabili della partecipazione, rinchiudendoci nel proprio particolare. Così, la democrazia si svuota di sostanza, diventa ritualistica, preda di continui veti incrociati, di sottigliezze giuridiche, di opportunismi contingenti, di uno stato perenne di forzature elettoralistiche, e quindi inefficace.
Quella diretta, che dovrebbe essere facilitata dai nuovi mezzi di comunicazione, porta inevitabilmente a forme di populismo dove uno vale uno senza alcuni filtro, cosicché le decisioni possono avvenire o di pancia, da parte di un elettorato istintivo, razionalmente sbilanciato, oppure sotto l’influenza di chi sa maneggiare al meglio gli strumenti della comunicazione, e della persuasione, digitale.
Poiché il cambiamento è inevitabile, sia sul piano socioculturale che su quello tecnologico, occorre tener conto del fatto che la tradizionale democrazia del ventesimo secolo non è più sufficiente a rispondere alle nuove tendenze della società odierna. Possiamo mantenere a essa il significato di governo di tutto il popolo, e di conseguenza il rispetto per tutti i soggetti che ne fanno parte, che hanno diritto a esprimersi e a soddisfare i propri bisogni mediante leggi che regolano la pacifica convivenza tra le differenze.
Possono essere fatti salvi certi principi, come la dignità della persona e l’uguaglianza. Ma è chiaro che il governo di tutto il popolo va inteso in senso etico. La complessità della vita odierna, con le sue connessioni geopolitiche, la multiformità delle forme di convivenza e dei bisogni esige che la competenzasia dirimente per la presa delle decisioni. Quindi, sulle scelte politiche generali uno non può valere uno, ma deve esistere una seppur ampiamente articolata e rappresentativa oligarchia dei saperiin grado di elaborare – anche attraverso un serrato confronto delle idee – le scelte da sottoporre alla società.
La tecnologia tuttavia dovrebbe aiutare ad ascoltare in tempo reale i bisogni collettivi, a numerare le differenze delle aspettative, a consentire un controllo diretto da parte degli stakeholders, a verificare la popolarità delle decisioni, a creare un continuo filo diretto con l’opinione pubblica, creando un villaggio globale dove chi è a capo deve quotidianamente rendere conto a chi lo ha designato in un rapporto quasi faccia a faccia. In questa guisa, qualsiasi principio di natura ideologica sarebbe sottoposto a un vaglio collettivo, senza rischiare di diventare una verità apodittica elaborata e gestita da qualche depositario della verità assoluta in grado di manovrare nell’ombra.
Lo stesso sistema, che pure qualcuno aveva temuto come generatore di dittature manipolatrici dell’opinione pubblica, diventerebbe invece una garanzia contro qualsiasi avventurismo e qualsiasi forma di potere assoluto, creando innanzitutto un rapporto 2.0, cioè di interazione e di reciproco controllo, tra governo e società, e poi 3.0, quindi di elaborazione creativa emergente dal continuo confronto tra politica e società civile.
La democrazia delle fumose riunioni nelle sezione di partito e della politica porta a porta è finita. La democrazia dei salotti intellettuali e dei decaloghi ideologici è finita. La democrazia delle manovrine pattizie di corridoio è finita. Ma non può essere sostituita dalla democrazia delle parole d’ordine via twitter. Dei settarismi dei social network. Degli influencer come demagoghi politici. Delle ondivaghe decisioni di pancia e dei flashmob ideologici dei follower da tastiera.
Deve essere realizzata piuttosto la democrazia di una partecipazione mediata in modo virtuoso dalla tecnologia. Così diventerebbe più facile e diretta la negoziazione delle costruzioni di senso di interesse collettivo. Il recupero dei principi generali di coscienza civica, di convivenza e di rispetto tra gli individui. L’espressione di una razionalità condivisa.
Al contrario, la democrazia di chi grida più forte o di chi smanetta meglio tra gli algoritmi è la premessa della fine della democrazia e dell’inizio di un nuovo e sfuggente Grande fratello, pronto a cibarsi proprio di quelle nostre individualità personali di cui siamo oggi gelosamente e magari egoisticamente custodi.
Francesco Mattioli
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