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Ricordi - Viterbo - La disperata e meravigliosa vita di Giovanna Pannega

“La Caterinaccia”, una miseria senza guinzaglio…

di Vincenzo Ceniti
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La Caterinaccia foto Augusto Carcereri

La Caterinaccia foto Augusto Carcereri

La tomba di Giovanna Pannega, detta "la caterinaccia

La tomba di Giovanna Pannega, detta “la Caterinaccia

Viterbo – “Te puzza ‘l culo”. Avrebbe risposto così a una signora di buon lignaggio che l’aveva punzecchiata sostenendo che le sue violette emanavano un cattivo odore. Questa è la “Caterinaccia” (alias Giovanna Pannega) da Viterbo in cui passò gran parte della vita fino alla sua scomparsa nel 1974, a 84 anni.

Quella risposta spontanea e colorita le costò due giorni di carcere, scontati a Santa Maria in Gradi dove oggi c’è l’Università. Si difese dicendo “Mi veniva a rompere l’anima che puzzavano le violette… ma possono puzzare le violette?”. Il termine dispregiativo “Caterinaccia” è riportato solo per rispetto alla cronaca (veniva chiamata così), ma non corrisponde certo alla simpatia che molti viterbesi avevano di lei, una donna emarginata e sfortunata, ma di grande dignità.

Per l’anagrafe nacque il 27 febbraio 1890 in una modesta casa di via Carlo Emanuele a Ischia di Castro nell’alto Viterbese, terra di preti e dei Farnese che avevano qui una solida postazione nella rocca-palazzo che s’acquatta, oggi silenziosa, al centro del paese. I suoi genitori erano di umili origini contadine: Fortunato e Giuseppa Amadei.

Si sposò a Ischia di Castro il 3 agosto 1930 con Oreste Calarco, un povero diavolo che sbarcava il lunario a fatica (per qualche maligno era un abile “manolesta”), di cui poi rimase vedova. La prese con il figlio Alfio di 5 anni, avuto precedentemente al matrimonio. Alfio porterà quindi il cognome della madre. Il padre naturale (si dice che fosse stato un uomo facoltoso) ci avrebbe messo del suo aiutando il giovane Alfio a studiare in un collegio a Roma.

Caterina si trasferì definitivamente a Viterbo nel settembre dello stesso anno andando ad abitare in un piccola casa in via Mazzini prossima all’imbocco di via del Suffragio. La sua vita è stata un continuo travaglio, condotta in miseria, con dignità, senza una casa vera e con un figlio da crescere, peraltro avuto tardi all’età di 35 anni.

Ma c’era un angelo custode che non le faceva mancare una parola amica e all’occorrenza un sostegno. Un gigante buono, come nelle favole, dai grandi baffi all’insù e un borsalino a falde alzate tenuto in punta di nuca. Era Primo Nocilli – ben noto impresario di pompe funebri a Viterbo– che prima della guerra abitava con la sua famiglia vicino a Caterina in via del Suffragio.

Si racconta che Primo in una notte sentì nella strada un forte lamento, scese e vide la povera donna straziata da un forte mal di denti. La portò subito dal dentista e tutto si risolse. Per queste e altre attenzioni lo chiamerà sempre Primorè, un vezzeggiativo da lei creato per esprimere tutta la sua gratitudine. Chi altri l’avrebbe fatto?

Quando il giorno di Natale del 1974 poco prima di morire nel letto dell’Istituto Pio X per malati mentali e disabili (conosciuto dai viterbesi come “San Tomasso”), Primo e la figlia Mara l’andarono a trovare per gli auguri portandole una scatola di dolci acquistati al forno Parea al Corso, per Caterina fu una gioia indescrivibile ed esplose balbettando “Primorè mi sei venuto a trovare. Grazie”. Era agonizzante, gli occhi spenti, senza più forze e voglia di vivere. Due giorni dopo morì e Primo le offrì quello che poteva, un funerale celebrato nella chiesetta dell’Istituto e una tomba al cimitero di San Lazzaro.

Un altro capitolo della sua vita, dagli anni Quaranta in poi, la vede abitare con Alfio nelle grotte di Poggio Giudio nella zona cosiddetta delle Fornaci (fuori porta Faul lungo la strade per le terme) in totale indigenza senza luce e senza acqua che andava a prelevare nel fontanile interno a porta Faul davanti al mattatoio. Me lo ha confermato Giuseppa Basile che dal 1945 al 1960 ha vissuto con i suoi (erano in dieci) nella casetta attaccata a Porta Faul dove in seguito andrà ad abitare Alfio.

Le caverne di Poggio Giudio erano occupate da vari inquilini che vivevano in una sorta di comunità. Spesso si litigava e magari si veniva alle mani per gelosie, rancori, invidie ed altro. Nel piatto oltre alle erbe selvatiche che raccoglieva nei campi, c’era ogni tanto una minestra calda distribuita in quei tempi dall’Eca (Ente comunale assistenza) cui si accedeva da un vicolo di via della Marrocca. Le cose si complicavano negli anni dei bombardamenti: patate lesse o sotto la brace (spesso solo le cocce), un tozzo di pane, qualche frutta marcia e poco altro.

A guerra finita Caterina si stabilì insieme ad Alfio in una stamberga semi diroccata in fondo a via San Clemente dotata anche di un camino dove il figlio si vantava di preparare le salsicce alla brace. Molto meglio dell’ospizio, più volte offertole dal comune, che le avrebbe però negato la liberta di muoversi senza orari, cullare una bambola raccattata magari in un mondezzaio, alzarsi di buonora a respirare l’aria fresca, girovagare per i campi a cogliere violette, inveire contro tutti e accudire ai suoi cani che le gironzolavano sempre intorno.

L’ultimo della serie si chiamava Raul (da lei pronunciato Ravele), un randagio bianco e marrone di provata fedeltà. Il primo boccone era sempre per lui. Quando era ricoverata all’ospedale grande degli infermi, Raul l’aspettò raggomitolato davanti al portone d’ingresso e rimase lì finché non fu dimessa. Si racconta che Caterina si affacciasse alla finestra della camerata per chiamare il cane e buttargli giù un boccone. Aveva tanto familiarizzato con le donne della cucina che, dopo l’uscita dall’ospedale, ritornava spesso da loro per un pasto caldo.

C’è anche da ricordare le sue presenze come comparsa in alcuni film girati a Viterbo con il cestino-pranzo assicurato. Aveva un volto così segnato dalle rughe che non poteva passare inosservato a registi come Blasetti e Lattuada. Appare dunque in “Vecchia guardia” (1934) e nella “Mandragola” (1965). Suo figlio Alfio venne invece inquadrato nel film “La cena delle beffe” con Amedeo Nazzari (1942).

Caterina di giorno girovagava per le vie di Viterbo ad aiutare Alfio in vari lavoretti e servizi come quello di prelevare i cartoni presso abitazioni, botteghe o al Luna Park (le giostre come venivano chiamate a Viterbo per le feste di Santa Rosa) che legava maldestramente su un carrettino sgangherato per rivendere a due soldi. Ma quelli bastavano.

Di frequente percorreva Corso Italia dove sostava davanti alle vetrine di qualche negozio per raccattare una manciata di spiccioli. Di domenica all’uscita della messa nella chiesa del Suffragio donava alla signore un mazzetto delle sue violette accuratamente composto per riceverne quattro soldi. Mai chiesta la carità.

Aldo Pennello che è stato uno dei negozianti più storici del Corso mi racconta che un giorno la vide con un grande cappello di paglia. “Me lo ha regalato Alberto Magoni” (titolare del negozio accanto al Gran Caffè Schenardi). Per non essere da meno Aldo le donò un fiocco rosso da porre sul cappello. Poi la fece specchiare ed essa esclamò “E’ la prima volta che mi vedo”.

La ricordo con il suo passo dondolante e nervoso, il viso incartapecorito, due occhi scorbutici e intelligenti, un paio di stivali da uomo, una veste lunga e sdrucita, una pellegrina sulle spalle, un cappellaccio informe e il cane tenuto a bada con una cordicella. Dubito che portasse sempre le mutande. Qualcuno mi ha riferito di averla vista una volta accovacciata a Porta della Verità mentre accudiva ai suoi bisogni. Per i ragazzini era una sorta di strega che faceva paura. “Quando andavamo a piedi al Bulicame – mi hanno raccontato alcuni – lungo la stradina che partiva da porta Faul, davanti alla sua grotta acceleravamo il passo per la paura”.

Caterina si sposò in seconde nozze con Enrico Duri nel 1950 che conobbe nell’ospizio di San Carluccio a Viterbo. Morì nell’ospedale di Viterbo il 27 dicembre 1974 ed è sepolta nel cimitero di San Lazzaro. Ma fece in tempo a salutare per l’ultima volta il suo angelo custode Primorè.

Il figlio Alfio, altra figura caratteristica della Viterbo di ieri, aveva per la madre una venerazione totale: gli aveva trasmesso gli autentici valori della vita e soprattutto la dignità di uomo libero. Ha condiviso con lei una vita di gioie e tormenti e le ha dedicato con disarmante spontaneità questa poesia.

“Madre”
O madre che mi tenesti tra le braccia/e pargoletto mi allevasti/non so con quale affetto ricambiarti./ Mi ricordo le ore liete che con te ho passato/ora non ci sei più/e sono rimasto solo e rattristato/ma penso sempre a te, o mamma mia./Quando vengo al cimitero/e sulla tomba tua metto un fiore/mi vien da piangere quando ti vedo sulla fotografia./Al mondo ci sono tanti amici che ti vonno bene/ma di mamma ce n’è una sola. /

Anche Salvatore Di Pietro, poeta e scrittore dialettale originario della Sicilia ma cittadino viterbese, le dedicò una lirica. 

“La Caterina”
Mulinello di cenci/al risucchio d’antica carità,/che l’accoglieva dentro i magazzini,/nel Corso di Viterbo: La Caterina./ambulante ribalta/ il suo carrettino,/con la vita in un mondo di cartone/sopra raggi di legno per sole;/bardatura di fiocchi di capelli/e seni trainanti,/appesi a quella corda pettorale:/ La Caterina./mani a fratte di verde Palanzana,/tese ad offrire violette e more,/e pungenti risposte a certo sdegno,/per le stimmate impresse dal lavoro,/sulle sue palme aperte e senza dolo:/ La Caterina./E bicchieri di –corniole rosse -/la sua vetrina/di rubini e coralli,/fatta di tramontana e –gojerie -/sul sagrato delle Chiese, del Corso:/La Caterina./Miseria senza guinzaglio,/a spartire col proprio cane amico,/letto e pane in quella fredda grotta,/come occhiaia di teschio,/dove non vide mai il Cristo nascere:/ La Caterina./ Lei… mulinello di cenci,/filosofia di Claon senza trucco,/in un Circo di Maschere.

Vincenzo Ceniti


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6 settembre, 2019

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