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Amarcord - La storia del cinema teatro dal 1948

Con il film “Anni Verdi” si inaugura il Genio ricostruito dopo i bombardamenti

di Vincenzo Ceniti
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Manifesto del film Anni Verdi

Manifesto del film Anni Verdi

Ponteggio per rimuovere la scritta sul soffitto

Ponteggio per rimuovere la scritta sul soffitto

Marcello Mastroianni e Marina Vlady

Marcello Mastroianni e Marina Vlady

Maurizio Arena davanti alla vetrina pubblicitaria

Maurizio Arena davanti alla vetrina pubblicitaria

Fulvia Franco (al centro), miss Italia 1948 e attrice

Fulvia Franco (al centro), miss Italia 1948 e attrice

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Lunedì 30 agosto 1948 ore 21. Inaugurazione a Viterbo del Cinema Teatro Genio ricostruito dopo i bombardamenti dell’ultima guerra.

Si proietta il film “Anni verdi”. Il prefetto Gaetano Mastrobuono dopo il discorso ufficiale di Alvaro Tiburli, presidente del consiglio di amministrazione della s.p.a. Teatro del Genio, taglia il nastro tricolore posto di fronte allo schermo.

Una lapide incastonata presso l’ingresso recita “Per volontà di pochi, dalle macerie della guerra, il Teatro Genio rinnovato ritorna alla sua funzione sociale. 30 agosto 1948”.

Film inaugurale rigorosamente in bianco e nero (tratto dal romanzo di A.J. Cronin) diretto da Victor Saville con il grande Charles Coburn e Tom Drake, Beverly Tyler e Hume Cronyn. E’ la storia di un giovane orfano che viene affidato ai nonni scozzesi.

Il bisnonno gli fa da vero padre e lo aiuta a studiare, crescere e conquistare la donna che ama. La “pellicola”, come si diceva allora, restò in cartellone per una settimana. Un tempo record per quegli anni. Vennero spettatori da tutta la provincia. In effetti il Genio, da poco restaurato, era un’attrazione irresistibile per tutti.

Palcoscenico non eccessivamente grande, una vasta platea in forte pendenza per consentire la buona visione a tutti, balconate laterali, platea rialzata con due comode scale di accesso e galleria. Impianto di condizionamento dell’aria, ottima acustica. Circa mille posti con sedie di legno ribaltabili e numerate.

Nel foyer, oltre alla biglietteria, trovavano posto il bar e una sala-vetrina mostre. Alle pareti manifesti dei film di prossima proiezione percorsi da strisce colorate trasversali con scritto “imminente”, “prossimamente”, “anteprima assoluta”, “grande successo” ed altro.

Subito una polemica. Gli affreschi nel soffitto, sovrastanti la bocca del palcoscenico, eseguiti da Achille Capizzano (sue alcune decorazione al palazzo dei Congressi di Roma), rappresentavano una figura femminile (S. Cecilia) e il leone di Viterbo con la palma. Non furono molto apprezzati per cui vennero ben presto coperti e successivamente rifatti nei primi anni Sessanta da Felice Ludovisi.

Il progetto per la ricostruzione portava la firma degli architetti Savelli, Pennisi e Baccin (gli stessi del cinema “Rivoli” di Roma). Tra i fornitori anche alcune ditte di Viterbo: Giuseppe Minelli, Amedeo Ribeca, Emilio Moretti, Duilio Mainella, Romolo Prosperoni, Ugo Montalboldi. Costo complessivo dell’opera Lire 70 milioni.

Il Cinema Teatro Genio inizia così la sua lunga attività che lo vedrà primeggiare tra anteprime e film di routine fino al 2014 anno della chiusura. A noi interessano i primi decenni di attività fino agli anni Sessanta quando venne rinnovato e dotato di nuove poltrone rosse imbottite (1966).

Non solo cinema ma anche avanspettacolo con tanto di passerella (ossia film preceduti da varietà con ballerine, comici – coinvolti in spassosi dialoghi con il pubblico – illusionisti e cantanti), rivista, teatro, concerti , lirica, conferenze e assemblee politiche e sociali. Nel 1949, il tenore Cesare Valletti (viterbese di adozione) si esibì in un concerto con Tito Gobbi e Maria Caniglia.

Va ricordato che le proiezioni erano normalmente precedute dalle presentazioni dei film di prossima programmazione e dalla “Settimana Incom” firmata da Sandro Pallavicini, una sorta di cinegiornale (simile ai nostri telegiornali) che settimanalmente dava notizie di attualità.

Si parlava – con montaggio rapido e commenti anche spiritosi – di politica, inaugurazioni, moda, teatro. musica, curiosità, spettacoli, sport ecc. sul modello dei rotocalchi illustrati. Servizi pieni di ottimismo in un’Italia alle prese con la sua ricostruzione economica e sociale.

Durata circa dieci minuti con la voce storica e inconfondibile di Guido Notari. Nelle “Settimana Incom” di quei giorni inaugurali non sono mancati servizi sulle vacanze degli italiani, le colonie marine, la ricostruzione di ponti e strade , i film in lavorazione, i soggiorni estivi a Caprarola del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, l’attentato a Togliatti, la vittoria di Bartali al Tour de France, le imprese del grande Torino ecc.

Grande curiosità per i primi film a colori (in Italia il primo fu “Totò a colori” del 1952), per il mega schermo in cinemascope di alcuni anni anno dopo e per gli effetti sonori amplificati con altoparlanti disposti dietro lo schermo che davano un effetto stereofonico riproducendo le registrazioni ottenute nelle riprese.

Ho il ricordo di Corrado che condusse dal vivo la famosa rubrica radiofonica “Rosso e Nero”. Eravamo alla metà degli anni Cinquanta. Il noto presentatore fece un gioco con gli spettatori e poi mise in palio alcuni doni tra cui una cravatta.

Salì sul palco e la prese Domenico Mancinelli futuro assessore allo Sport e Turismo del Comune di Viterbo. Ricordo anche le incursioni che noi ragazzi facevamo al Gran Caffè Schenardi quando arrivavano le ballerine del varietà (le cosiddette “sgallettate” ) accompagnate dal capocomico per una vetrina pubblicitaria dal vivo.

Molti volti noti del cinema presenti alle “prime”: Marcello Mstroianni, Marina Vlady, Maurizio Arena, Fulvia Franco (miss Italia 1948) ed altri.

Ni primi anni Sessanta il Genio ospitò una fiorita rassegna di riviste e varietà. Ricordo a mente un recital di Claudio Villa e la prestigiosa Compagnia di Macario con le sue 40 donne. Credo che il titolo fosse “Chiamate Arturo 777”.

Ci fu qualche problema di spazio poiché l’intera troupe del comico piemontese era piuttosto numerosa (donne a parte) e il palco non riusciva a contenere tutti gli artisti. Al tempo dell’avanspettacolo il Genio ospitò anche uno sconosciuto Adriano Celentano.

Si racconta che un commissario di polizia di allora non avesse permesso alle ballerine di entrare in scena con l’ombelico scoperto. Gli organizzatori dovettero in fretta correre ai ripari acquistando il tulle necessario a coprire la “vergogna”.

In quegli anni, all’angolo del vicolo Teatro Genio con via dell’Orologio vecchio stazionava il “callarostaro” Dante Costantini detto Pizzeccacio, uno dei personaggi più tipici della Viterbo di allora, che usava un braciere “fai da te”, ricavato da un bidone che riempiva di carbonella, ricoperto da una griglia.

Le castagne bollenti, riposte in un cesto coperto da un panno di lana sdrucito,venivano confezionate in un cartoccio di giornale. Si travasavano religiosamente nella tasca del cappotto creando un provvidenziale tepore.

Una volta guadagnato a fatica il posto in platea o in galleria iniziava subito il rito della pulitura, con sottofondo di un tenue scricchiolio.

Le bucce arrostite si buttavano in terra senza tanti complimenti. Alla pulizia avrebbero provveduto le “maschere” del cinema, singolari figure femminili che avevano anche il compito nella sala abbuiata di indirizzare con una torcia a pila gli spettatori nelle poltrone libere. Nei giorni di tutto esaurito (la domenica soprattutto quando la coda arrivava da capo al vicolo) appena entrati in sala guai a guardare il film.

Si sarebbe rischiato di restare sempre in piedi lungo i corridoi laterali magari con il peso del cappotto, del cappello e dell’eventuale ombrello. Bisognava invece fissare la platea per prevenire le mosse degli spettatori che si preparavano ad alzarsi dalle poltrone. Appena si percepiva un movimento, si prevedevano le mosse degli altri e ci si aggiudicava il posto.

Non vi dico del fumo delle sigarette. La sala era una vera e propria camera a gas.

Mio padre, che è stato sempre una persona comoda, mi obbligava a fare la fila per l’acquisto dei biglietti (regolarmente col prezzo maggiorato di 10 lire per l’eterno soccorso invernale) all’ora di apertura (cioè intorno alle 14,30) che gli consegnavo una volta ritornato a casa. Il costo del biglietto era di 300 lire in platea e 200 lire in galleria.

La mia famiglia poteva così andare al cinema in orario più decente, al secondo spettacolo, con tutta calma e tranquillità evitando le code. Tanta invidia per certe categorie privilegiate (agenti di polizia, impiegati della Questura o della Siae ed altri) che disponevano di biglietti omaggio.

Curiosità. In quel 1948 venne anche aperto a Viterbo da don Alceste il cinema parrocchiale San Leonardo presso la chiesa omonima che proiettava film a passo ridotto a scopo educativo e sociale. Al bando i film d’amore “spinti”.

Vincenzo Ceniti


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29 dicembre, 2019

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