Viterbo – Populismi. Populismi ovunque. E non da oggi.
Dalla “war on drugs”, la “guerra alla droga” di Bettino Craxi, importata dopo un viaggio negli Stati Uniti, sono passati trent’anni. Ma il germe del populismo penale – quell’idea semplificata della giustizia come mirino che punta il nemico da abbattere – iniziava già qui.
Stefano Anastasìa, garante dei detenuti di Lazio e Umbria, ne scorge le tracce già nella prima Repubblica. Lo dice al convegno del 9 dicembre ‘Populismo penale. Uno sguardo sociologico’, all’università della Tuscia. “Craxi – per il garante – ha anticipato usi, modi e parole d’ordine della seconda Repubblica. Le leggi sulla droga, la Iervolino – Vassalli prima e la Fini – Giovanardi poi, sono figlie della sua mobilitazione punitivista”.
Ma Craxi non fu il solo a fare un uso populista del diritto in tempi non sospetti, in cui le ideologie non erano ancora in crisi e il populismo sembrava non esistere. Dal cilindro della storia Anastasìa pesca un frammento di Tangentopoli: la reazione dei magistrati del pool al decreto Biondi. Il “decreto salvaladri”, lo chiamarono, con un linguaggio che ha molto dell’odierna retorica populista, perché sostituiva i domiciliari al carcere per corruzione. Di Pietro lesse un comunicato in tv per conto del pool: “Minacciarono di abbandonare la procura di Milano se il governo non avesse affossato il decreto – osserva il garante -. E infatti fu affossato. La magistratura, in quel caso, fece un uso populista del diritto per creare consensi intorno a se stessa”.
All’aula magna Unitus, si passa un pomeriggio a esaminare il morbo di una giustizia ridotta a marketing. Morbo da cui nessuno è immune, avvertono i relatori al convegno. Non i media, che trattano certe vicende, specie di cronaca nera e giudiziaria, come benzina per l’audience. Non certi movimenti sociali, che scelgono un nemico e lo massacrano. Non la politica, che nella sua sete di consensi travolge la giustizia. “La sciagurata riforma della prescrizione è un esempio – afferma il presidente dell’Ordine degli avvocati Marco Prosperoni -. Dà l’illusione di una giustizia più efficiente solo a chi non la conosce. Aprirà la stagione del fine processo mai: una persona potrà restare imputata per un tempo indefinito. E una vittima non potrà avere ristoro per un tempo indefinito. Non è neanche Medioevo. È preistoria”.
La politica populista travolge il diritto. E la politica si fa travolgere da certe ondate emotive che attraversano il paese e, in base a queste, legifera. “Ve lo ricordate l’omicidio stradale?”, afferma Manuel Anselmi, sociologo che insegna a Unitelma, l’università telematica della Sapienza. “Fu una norma generata dalla richiesta di una risposta forte da parte dell’opinione pubblica. Renzi la cavalcò, nonostante la realtà dicesse che i casi non erano così tanti da rendere il fenomeno allarmante. Tra i giuristi è opinione diffusa che sia stata una legge inutile: le norme esistevano già. Si è arrivati a dare a omicidi colposi, quindi accidentali, un’intenzionalità impossibile. Si smonta il diritto per seguire una ‘moda’”.
Da anni Anselmi e Anastasìa studianoil populismo penale. Che ha radici ben piantate nella politica: “Si è iniziato ad analizzarlo negli anni Settanta in ambienti anglosassoni – spiega Anselmi -. Ci si accorse che i sindaci in campagna elettorale aumentavano i consensi cavalcando paure e pericoli, indipendentemente dai dati reali”. L’insicurezza creata ad arte per inseguire la sicurezza. Cercare un nemico per fornire all’elettorato soluzioni semplici a problemi complessi. E sul nemico, che nel processo penale diventa l’imputato, contrapposto alla vittima/amica, si può passare sopra calpestando ogni garanzia. Anche quella della riabilitazione: “Giovanni Scattone, condannato per l’omicidio Marta Russo, dovette rinunciare a insegnare a causa delle polemiche, anche se aveva scontato la sua pena”, ricorda Anselmi. Stesso livore su Dorina Matei, quando pubblicò un selfie al mare dopo aver passato gli ultimi nove anni di vita in carcere. O su Erika De Nardo, l’assassina di Novi Ligure, oggi “colpevole” di essersi sposata.
“Anche un semplice permesso premio a un condannato diventa un torto alla vittima – spiega Anastasìa -. Questa giustizia come faida tra due parti non conosce umanità: l’imputato va neutralizzato, la vittima eretta a giudice, il ‘male’ va estirpato con campagne punitive, dalla guerra alla droga alla guerra alla mafia. Ma il diritto nasce per impedire la vendetta e ogni reazione sociale sproporzionata di fronte a un crimine. Se diritto e vendetta si equivalgono, il diritto non ha più senso”.
Stefania Moretti
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