Viterbo – E’ già successo. Come ogni cosa nella vita. Come la peste che nel 1346, in tempi di mercati fiorenti, partì dalla Cina dove la famiglia di Marco Polo commerciava alla grande insieme a lombardi e fiorentini e si arricchivano banchieri e politici.
La morte nera aggredì l’Europa, un terzo delle popolazioni di Italia, Francia e Inghilterra perì e l’economia tornò indietro di secoli.
Non era colpa dei peccati dell’uomo e la stessa Chiesa dovette ben presto dichiarare eretici i flagellanti che per esser sicuri di scampare alla peste o almeno guadagnarsi la salvezza eterna istigavano la gente a percuotersi per almeno 33 giorni e mezzo la schiena nuda con fruste uncinate.
Colpevole della pestilenza era invece un semplice batterio insediato nei topi e portato dalle pulci, mezzo di trasporto contro il quale le frustate o l’attribuzione del male ad una vendetta divina poco potevano.
Ma, appunto, come per ogni cosa dell’uomo anche il morbo venuto dalla Cina, fatti -dicono- milioni di vittime morì esso stesso e l’umanità si trovò ad aver inventato qualcosa per combatterlo, regolamenti ed ordinanze per blindare merci e persone ed anche uffici di sanità, provvedimenti per l’igiene pubblica e ospedali specializzati, i lazzaretti.
Insomma niente di nuovo sotto il sole e speranza, fiducia nella scienza e nelle autorità quando esse comprendono per tempo la situazione ed agiscono.
Per il resto, certezza che anche il coronavirus passerà e che ben fecero, all’epoca della peste nera, quei tre uomini e sette donne, i quali, profittando della quarantena, se ne andarono a divertirsi sulle colline di Firenze, dove (è il Decamerone di Giovanni Boccaccio) per dieci giorni si diedero pure a racconti “boccacceschi” d’amore, di spregiudicatezza allegra con Chichibbio, scherzi salaci di ser Ciappelletto, Andreuccio da Perugia un po’ imbranato, fra Cipolla imbroglione, il brigante Ghino di Tacco (cui vorrebbe ispirarsi tuttora qualche politico) e perfino la madre badessa che rimprovera la consorella di lussuria, non accorgendosi di avere ancora in testa le mutande del prete con cui poco prima si era intrattenuta.
Insomma, come se Boccaccio avesse voluto col Decamerone rassicurare contemporanei e posteri che la vita sa tornare ad essere bella per l’uomo che ha l’intelligenza, ama e vive nella natura la quale, a conti fatti, rimane sempre una buona location.
Nonostante tutto, nonostante il coronavirus che passerà.
Renzo Trappolini
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY