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L'irriverente - Il diario di Giulio Andreotti intitolato "1947"

Un po’ di politica, un po’ di storia e tanta umanità…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Sulle bancarelle di piazza Esedra a Roma trovato un libro intitolato 1947, che non conoscevo. E’ il diario di Giulio Andreotti, politico che “subì oltraggi mostruosi, nel suo onore e nella sua dignità” come ha di recente testimoniato Benedetto XVI riconoscendogli “la ricchezza di humour con cui sapeva alleggerire lo scenario politico italiano”. Letto d’un fiato, proprio per questo.

I politici del 1947 ci riportarono pur perdenti e reietti nella comunità internazionale, scrissero la Costituzione e misero le fondamenta materiali e culturali del nostro stato repubblicano e democratico. Grandi uomini, padri della patria, ma pur sempre uomini, con i pregi e i difetti degli uomini.

Discutiamo di antifascismo, ma già allora l’onorevole Fuschini notava che esso “è come i vini: conta l’annata”. Ci accapigliamo sui migranti, ma il 21 febbraio 1947 fu l’Italia a firmare un accordo con l’Argentina per la libera emigrazione nostra, degli italiani, laggiù e il cardinale di Buenos Aires celebrò una messa speciale di ringraziamento.

Lamentiamo superficialità, inganni, maldicenze, caratteraccio dei nostri politici come se i predecessori fossero da meno. De Nicola, il capo dello Stato, minacciava per abitudine le dimissioni dandosi pure per malato, salvo guarire quando venivano accettati i suoi chiamiamoli capricci, cacciare qualcuno che gli avrebbe mancato di riguardo (addirittura il procuratore della Cassazione), sequestrare un ”giornalaccio” che lo aveva criticato o gridare alla folla in piazza a Cassino “io lavoro gratis”.

E a proposito di lavoro dei politici alla Costituente il deputato Renato Cappugi tuonò a nome di tutti “ma noi non lavoriamo?” Sì, anche se non erano poche le assenze (34 democristiani perfino quando fu votata l’indissolubilità del matrimonio) e qualcuno diceva “perché del lavoro dei deputati alla gente interessa poco”.

Almeno, però, molti dei nuovi governanti non erano ancora ricchi e ad un ricevimento il 27 giugno “non tutti hanno abiti da sera, ancora meno le mogli”. Comunque, buoni stipendi, la votazione positiva sulla possibilità di avere più incarichi e il Monopolio che regalava a ognuno una scorta mensile di sigarette. Scandaletti e scandali anche allora: “provvigioni”, insomma mazzette per importazione di cacao di cui scrisse sui giornali Luigi Barzini, ma “la voce gliela aveva girata un barbiere”; trenta imbroglioni che riscuotevano “il sussidio con tessere di partigiani false”; i democristiani forchettoni; finanziamenti da Mosca ai comunisti ed un sindacalista che raccontava di “aiuti ingentissimi dall’America ai socialisti di Nenni per controbilanciare”.

Si parla di ordinamento dello Stato ma il 14 gennaio anche di penicillina e mentre Fanfani il 22 marzo fa scrivere che la repubblica sarà fondata sul lavoro, La Pira che non ottiene l’apertura della Costituzione con “in nome di Dio” dice : “La procedura taglia il passo anche a Dio”. Togliatti fa approvare l’art. 7 che rende intoccabili i patti tra Mussolini e Vaticano con un discorso “da manuale”.

Ognuno teme che col tempo l’altro si serva contro di lui della magistratura, così il 4 maggio insieme ne dichiarano ‘l’indipendenza”, ma Andreotti, quasi mezzo secolo prima delle sue vicende giudiziarie, scrive che “la questione è di costume e non di norme scritte”. Viene esclusa dalla Costituzione la legge elettorale, così i posteri potranno cambiarla a volontà; sul regionalismo i dubbi non son pochi e a chiusura Don Sturzo si scaglia contro i troppi voti segreti cui in assemblea costituente si è fatto ricorso, una cosa “tra la mascalzonata e il traffico mascherato”.

Due governi in un anno (Andreotti firma la fiducia per quello con i comunisti e socialisti insieme “all’operaio” di Civita Castellana Enrico Minio che De Gasperi aveva conosciuto a Viterbo). “Schema fisso dei riti della crisi che esplode, girandola di consultazioni – non so se alla gente interessino – consueta fatica per le nomine dei sottosegretari… De Gasperi non ne può più”. Dietro le quinte i grandi nomi del passato prefascista litigano per un nuovo ruolo “con toni ed espressioni da portuali”: il filosofo Benedetto Croce, due ex capi di governo Nitti e Orlando, presidente della vittoria dopo Caporetto. Nascosto in una stanza a casa di quest’ultimo, Andreotti ascolta “con la testa che mi gira a vortice”, ne riferisce a De Gasperi che però “non mi sembra sorpreso”. Saggezza di chi conosce la politica perché conosce gli uomini e a chi gli annuncia che i prezzi stanno calando risponde: “chiederò a mia moglie”.

Tanto altro ci sarebbe, ma, come ha fatto rilevare il professor Francesco Mattioli su Tusciaweb, pur se la politica dei giorni nostri appare “sempre più becera”, lasciandola ai suoi mestieranti “sarà essa a occuparsi di noi”, e con quali effetti, si vede.

Si può concordare, ma consapevoli, come la storia insegna, che a farla son sempre gli uomini con i loro difetti rispetto ai quali, ha scritto un uomo che – beato lui – crede, e cioè Benedetto XVI :“ se Dio non c’è, il mondo alla lunga non offre alcuna ragione per essere lieti”. Come la politica, appunto.

Renzo Trappolini

 

 


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10 febbraio, 2020

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