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Cronaca - La sua morte il 21 marzo del 1970 dopo aver guidato per 28 anni le diocesi di Viterbo, Tuscania e l’abbazia di San Martino al Cimino

Il ricordo per Adelchi Albanesi, il vescovo della ricostruzione

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Adelchi Albanesi

Adelchi Albanesi

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Poche volte nella sua pur lunga storia la basilica cattedrale di san Lorenzo è stata testimone di una liturgia così solenne come quella celebrata in occasione dei funerali di monsignor Adelchi Albanesi, scomparso il 21 marzo del 1970, dopo aver guidato per 28 anni le diocesi di Viterbo e Tuscania e l’abbazia di San Martino al Cimino.

A prestargli l’estremo saluto i tre cardinali originari della “sua Piacenza”: Nasalli Rocca di Corneliano, Oddi e Samorè; il segretario del consiglio degli affari pubblici della chiesa Agostino Casaroli, futuro cardinal segretario di stato, pure lui piacentino, inviato personalmente da Papa Paolo VI; tutti i vescovi dell’alto Lazio e delle diocesi limitrofe della Toscana e dell’Umbria. E con loro le massime autorità della provincia e del comune.

Il vescovo Adelchi, nato a Castel San Giovanni in diocesi di Piacenza, era giunto a Viterbo nel 1942 proveniente dalla sede di Bagnoregio, a cui Pio XI lo aveva destinato nel 1938.

Anche se l’arrivo del nuovo pastore viene salutato con gioia dal clero e dal popolo cristiano, non c’è ormai molto spazio per le accoglienze formali. I tempi sono davvero tristi e le nefaste conseguenze del secondo conflitto mondiale, già scoppiato, si faranno ben presto sentire anche a Viterbo, colpendo il cuore stesso della diocesi: la cattedrale, il palazzo papale, il seminario. E con altre decine di chiese, conventi e monasteri, i bombardamenti radono al suolo interi quartieri della città dei Papi, seminando morte tra la popolazione. Il vescovo Adelchi, fermo al suo posto di responsabilità, non curante del pericolo, organizza in unione con il clero e con gli altri organismi ecclesiali, una vasta opera di assistenza spirituale e materiale, aiutato e incoraggiato in ciò dallo stesso pontefice Pio XII.

“Alba fert lucem”. Il motto episcopale di Albanesi ben descrive la luce che apporta con sé l’alba della pace. Un’alba che vede il vescovo impegnato con fervore nella ricostruzione. Riedificando chiese, a cominciare dalla basilica cattedrale riportata alle forme architettoniche originarie, ma soprattutto operando per la rinascita spirituale del suo gregge attraverso iniziative di grande portata pastorale.

Nel 196, a causa dell’età veneranda, Paolo VI solleva Albanesi dal governo attivo delle due diocesi e dell’abbazia, di cui mantiene però il titolo e il diritto di residenza. Trascorre gli ultimi anni serenamente, dedito a opere di pietà e di carità, sempre circondato dall’affetto del suo popolo.

Si è detto del trionfo che furono i suoi funerali. Ad un anno dalla sua morte, poi, viene adempiuto il suo desiderio di essere sepolto nella chiesa di santa Rosa, accanto all’altare dei Caduti. Proprio in quell’occasione il suo successore sulla Cattedea di san Lorenzo, Luigi Boccadoro ebbe a dire: “…Se fosse consentito concedere a un tempo la parola a quanti lo avvicinarono, sentiremmo un coro di voci che cantano, su tutti i toni, il cantico dell’amore, narrando ciascuno l’episodio gentile, il perdono accordato, l’aiuto concesso, la preghiera incessante levata…”.

Roberto Saccarello

 


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21 marzo, 2020

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