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Coronavirus - Viterbo - Deserte le frazioni della città dei papi - Da Grotte Santo Stefano a Tobia - Controlli della polizia locale - FOTO

“In strada solo operai, anziani e cani al guinzaglio…”

di Daniele Camilli
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Viterbo – Ci sono solo operai, anziani e cani al guinzaglio. Tutto il resto è da cartolina. Semplicemente un deserto. Sono le frazioni del comune di Viterbo, la rude razza pagana sul territorio della città dei papi.

Grotte Santo Stefano, Montecalvello, Roccalvecce, Sant’Angelo, Fastello, Bagnaia, La Quercia, San Martino e Tobia. Le più importanti. In tutto oltre 12 mila abitanti su 67 mila che ne conta il comune viterbese, circa il 18% della popolazione.


Roccalvecce - Palazzo Costaguti

Roccalvecce – Palazzo Costaguti


Qui, come in tutta Viterbo, il Coronavirus ha fatto tabula rasa. In giro pochissime persone. Pressocché tutte con la mascherina. Chi al lavoro, chi a fare spesa, chi a correre e chi a portare fuori il cane. Tutti validi motivi così come deciso dai decreti del governo Conte che, per il resto, chiudono quasi tutto e quasi tutti a casa. Ma le difficoltà non mancano. Soprattutto lungo tutto il versante a nord di un comune che si estende per oltre 400 chilometri quadrati. Il comune capoluogo della Tuscia.


Roccalvecce - Paolo Ceccarini

Roccalvecce – Paolo Ceccarini


A Roccalvecce, 190 abitanti, si fa avanti un cane. C’è solo lui e sembra ben intenzionato. Fin troppo. Probabilmente non vede gente da diversi giorni. Le feste sono tante, al punto che tocca chiamare il padrone. Raccoglie anche un bastone e te lo porta. Ma non sai proprio dove lanciarglielo. Il rischio è colpire una macchina. Quelle, parcheggiate in strada, non mancano mai. Dalla finestra si affaccia Paolo Ceccarini, l’unico disposto a scambiare due chiacchiere, con nome, cognome e foto ben in vista. In mano ha gli asparagi e sta preparando il pranzo. “Il cane si chiama Zero”, dice subito con tono rassicurante. Gli chiede anche di smetterla e di tornare a casa. Di portargli il bastone. “Qui a Roccalvecce non c’è niente – spiega Ceccarini -. Non un alimentari, non una farmacia. Per prendere qualcosa, in questi giorni, bisogna andare a Sant’Angelo oppure a Viterbo, Celleno o Graffignano. Da noi passa solo un furgoncino bianco che ci porta il pane”.


Roccalvecce - Il cane Zero

Roccalvecce – Il cane Zero


E infatti eccolo, poco sotto. Con una signora che lo ha aspettato, fumando, seduta su una panchina. A monte del paese c’è invece palazzo Costaguti, XI secolo. Tutt’attorno alla piazza principale lapidi che ricordano guerre e personaggi.


Montecalvello - Il castello di Balthus

Montecalvello – Il castello di Balthus


A Montecalvello, 84 abitanti, in fondo in fondo non va poi così male. Tre persone in giro. Lavorano. Con pala e molazza, l’impastatrice per la preparazione della malta. “Mettiamo a posto un po’ di cose – spiegano – ognuno a un metro dall’altro”, che come faranno non si sa. Una vera e propria danza, per mantenere la distanza stabilita per decreto.


Montecalvello - Persone al lavoro

Montecalvello – Persone al lavoro


A destra e sinistra solo campagna, con qualcuno che raccoglie rami d’ulivo e li carica sul pianale del trattore. Poco più avanti il castello dimora un tempo di uno dei maggiori artisti del ‘900. Balthus. Il suo nucleo originario pare risalga all’VIII secolo, fatto costruire dal re longobardo Desiderio.


Sant'Angelo, il paese delle fiabe

Sant’Angelo – Il paese delle fiabe


Da quelle parti ci sono anche le frazioni di Sant’Angelo, Grotte Santo Stefano e Fastello. Sant’Angelo, 203 residenti, è il paese delle fiabe. Per via dei murales realizzati sulle pareti delle case. Ritraggono i racconti di quando s’era bambini. La sera, prima di andare a dormire. Oppure, quando capitava. Quando i bambini lo chiedevano con forza e i genitori sceglievano quella giusta per spaventarlo e metterlo a tacere. E quella del lupo che si cala dal camino, come il Nosferatu di Murnau che si staglia sulla parete di casa, era un must.


Sant'Angelo - Il disegno di Kevin

Sant’Angelo – Il disegno di Kevin


Qui alimentari e tabacchi ci sono. E c’è pure il disegno di un bambino, Kevin, appiccicato con lo scotch su una saracinesca. “Andrà tutto bene”, c’è scritto. Come capita spesso di vedere in questi giorni in giro per l’Italia. Solo che colpisce, perché è palesemente il disegno di un bambino. Come altri che, in giro per le frazioni, sentendo i passi di uno sconosciuto s’affacciano dalle finestre solo per salutarti. “Ciao – gli dici sorridendo – sono un giornalista. Sai cos’è?”. “Un gioco?”, risponde uno di loro.


Grotte Santo Stefano - Operai al lavoro

Grotte Santo Stefano – Operai al lavoro


Grotte Santo Stefano, 4800 abitanti, è tra le frazioni più grandi. I servizi sono tutti garantiti. Qui infatti il movimento è maggiore. Ci sono anche gli operai che lavorano. Stanno riparando un tubo dell’acqua. Per evitare che qualcuno resti senza e debba aspettare chissà quanto. Poi domani (oggi ndr) è domenica. E non si può nemmeno andare a pranzo dai parenti. “Si può fare una foto?”. “Sì – dichiarano – a patto che poi ci copri i volti”. Non hanno nulla da temere. Le regole sono rispettate. Hanno la mascherina. Ma questo è il sentore e la volontà generale. Almeno da un mese a questa parte.

A Grotte lenzuola e drappi con la scritta “andrà tutto bene” sono più numerosi. 


Grotte Santo Stefano

Grotte Santo Stefano


In strada si sentono chiacchierare due ragazzi. Uno di loro si lamenta per le raccomandazioni dei genitori. “Porca miseria – uno dei due dice all’altro – per portare fuori il cane tutti lì a ricordarti che devi avere appresso un documento, l’autorizzazione, stare attento a questo, stare attento a quest’altro. C’è mancato poco che mi imbracassero come quand’ero bambino”. Convivenze forzate, rituali che cambiano, trasformando il volto di un intero paese messo in quarantena. Come nel film di Danny Boyle, “28 giorni dopo”, in una Gran Bretagna devastata dagli zombie.


Fastello

Fastello


Fastello, 255 persone, è invece più pacifica. Anche qui il negozio di alimentari esiste. Lo dice una signora anziana incontrata per strada. La sola. A parte un cane per fatti suoi all’inizio del paese. Con se ha un secchio. Per annaffiare le piante. “Fijo mio – commenta salutandoti – che brutto periodo”.

Zone contadine, bracciantili, che nel corso dei secoli hanno conosciuto stesso guerra e sfruttamento. Con case, lungo le vie, venute su a fatica e sudore. La sera o nei momenti liberi. Dopo aver smesso di lavorare e “guernato le bestie”, gli animali. Come si diceva un tempo. Proprio da queste parti.


Bagnaia

Bagnaia


Scendendo a sud, verso Viterbo, le strade sono vuote. Qualche trattore con le frasche d’ulivo sopra, e qualcuno che va a passeggiare. Ogni tanto una macchina, mentre la radio passa una vecchia canzone degli anni ’80. “Trafitto”, dei Cccp. Tratta dall’album “Fedeli alla linea”. “Nell’era democratica – recita il testo – simmetriche luci gialle e luoghi di concentrazione. Nell’era democratica strane luci di pioggia. Splende il sole e fa bel tempo. Nell’era democratica”.


Bagnaia - Due turisti che litigano

Bagnaia – Due turisti che litigano


A Bagnaia, 5400 abitanti, fa impressione vedere il parcheggio di fronte al borgo quasi completamente privo di macchine. Anche qui non manca niente. Solo le persone. Qualcuno sbuca dal centro storico. Qualcun altro parla al telefono appoggiato a una colonnina della chiesa di San Giovanni Battista da dove esce la processione quando, il 16 gennaio di ogni anno, si accende il focarone. Infine un uomo e una donna. Probabilmente due turisti. L’uomo scatta infatti alcune foto agli edifici. Parlano entrambi inglese. E alla fine si mettono a litigare a brutto muso. Con lei che se ne va sdegnata con tano di “vaffa…”. Quello, anche in inglese, si capisce benissimo. Qui, lungo il rettilineo che porta alla Quercia, si ricominciano a vedere gli autobus della Francigena. Con gli autisti muniti di mascherina. Oppure i ciclisti e chi non ha ancora rinunciato alla corsetta per i viali. C’è pure una signora anziana, che s’è fatta a piedi da casa sua fino al paese. Un paio di chilometri. 


La Quercia - I controlli della Polizia locale

La Quercia – I controlli della Polizia locale


Alla Quercia si incontra anche una pattuglia della polizia locale. Ferma tutti e chiede a tutti autorizzazioni e motivazioni. Nessuno escluso. Nessun altro in giro. Tranne una collega giornalista a passeggio con la madre e un paio di sconosciuti.


San Martino

San Martino


Risalendo invece la Cimina da Viterbo, per andare a vedere cosa succede a San Martino e Tobia, la solitudine t’arriva addosso come un’incudine venuta giù dal cielo. Con la macchina a far da spartiacque tra un lato e l’altro del bosco. Come le incudini che colpivano Willy il coyote mentre tentava di catturare Beep Beep. Sembra quasi d’essere soli al mondo. Un mondo dopo di noi. Vuoto. Con San Martino e Tobia lì a testimoniarlo. A parte una signora e un ragazzo, e rispettivi cani a fargli compagnia.


Tobia

Tobia


Vengono allora in mente altre due cose. Due libri. Due suggerimenti. Per questi giorni che restano. Il primo. E’ di Giorgio Agamben. Il titolo: “Stato di eccezione”. “Lo stato di eccezione – scrive Agamben -, ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che siamo abituati a considerare una misura provvisoria e straordinaria, sta diventando oggi, sotto i nostri occhi, un paradigma normale di governo, che determina in misura crescente la politica sia estera sia interna degli stati”. La prima edizione del libro risale al 2003.

Il secondo è invece “Io sono leggenda”, di Richard Matheson. Non il film, ma il libro. Pubblicato nel 1954. “Le cose sono cambiate – lasciò scritto Ruth a Robert Neville, il protagonista della storia -. Ora so che ti sei trovato tuo malgrado nella tua situazione, proprio come noi ci troviamo nella nostra. Siamo infetti. Lo sai già. Ma quello che non hai ancora capito è che sopravviveremo. E abbiamo tutta l’intenzione di ricreare una società”.

Daniele Camilli


Fotogallery: Le frazioni ai tempi del Coronavirus


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16 marzo, 2020

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