Civita Castellana – Non hanno riacceso i forni, ieri mattina, alla Ceramica Flaminia di Civita Castellana. Non li hanno riaccesi perché, come spiega Augusto Ciarrocchi, vicepresidente di Confindustria Ceramica nonché presidente dell’azienda Flaminia, la ripresa della produzione prevista il 4 maggio non sarà al cento per cento, ma al 30-40%, con solamente una piccola parte degli addetti che faranno nuovamente ingresso nello stabilimento dopo il blocco anti-Coronavirus scattato il 22 marzo.
Alla guida dello stabilimento, la cui fondazione risale a 63 anni fa, Augusto Ciarrocchi, che di anni ne ha appena fatti 60 e non era ancora nato quando fu posta la prima pietra.
“Ho fatto appena in tempo a festeggiare il mio compleanno, lo scorso mese di febbraio, quando Civita Castellana stava ancora godendo il suo bel carnevale. Pochi giorni dopo ci siamo ritrovati nel pieno della pandemia”, commenta, stupefatto come tutti.
In mente ha diverse idee per rilanciare il settore dei sanitari da bagno, fiore all’occhiello dell’industria ceramica made in Tuscia: “Penso agli incentivi alla ristrutturazione e alla sostituzione a tappeto dei vecchi wc con quelli di nuova generazione”, spiega.
Per non buttare, letteralmente, l’acqua nel gabinetto.
Presidente Augusto Ciarrocchi, la “non riaccensione” dei forni vuol dire che il tanto atteso D-Day non sarà tanto D-Day?
“Non abbiamo riacceso i forni, ma da questo lunedì mattina sono partite le manutenzioni per rimettere l’azienda in sesto prima della riapertura ormai ufficiale di lunedì 4 maggio. Nel momento in cui ripartiremo, non andremo a riutilizzare immediatamente quel tipo di forno, che si chiama forno a tunnel, che è molto performante ma molto costoso, visto e considerato che ripartiremo con una percentuale di produzione che sarà pari al 30-40 per cento. Utilizzeremo dei forni più piccoli, che possono essere accesi o spenti in 24 ore”.
Noi per questo 27 aprile aspettavamo il rito della riaccensione dei forni come gli atleti aspettano la fiaccola delle Olimpiadi. Ci spiega come funzionano?
“Quando abbiamo chiuso la produzione, con il decreto del 22 marzo, noi avevamo accesi i forni a tunnel, che sono dei forni a ciclo continuo, non si spengono mai, se non per le manutenzioni straordinarie oppure, per alcuni, ad agosto durante il periodo delle ferie estive. Per riattivarli e raggiungere la temperatura di 1250 gradi e per spegnerli e scendere a temperatura pari allo zero, o comunque a temperatura ambiente, hanno bisogno di molti giorni. E’ una procedura che va fatta con lentezza. E noi in quel caso, per spengerli, ci abbiamo messo un settimana”.
Sarà una ripartenza soft. Questo, almeno nei primi tempi, significa una riduzione del personale e prosecuzione del ricorso alla cassa integrazione?
“Sì, sarà ancora cassa integrazione per quella parte del personale che momentaneamente non rientrerà. Lunedì 4 maggio, che sarà l’inizio di una settimana interlocutoria, rientreranno circa una trentina di persone su un organico di 130 dipendenti. Noi contiamo di aumentare con il passare delle settimane, perché consideri che il mercato è fermo. Noi dovremo fare un’operazione di riattivazione in previsione della metà di maggio, quando riapriranno gli showroom e i negozi di vendita al dettaglio di arredo bagno. Lì ricominceranno a fluire, speriamo, gli ordinativi”.
Qual è il mercato della Flaminia, più interno o più internazionale? Che aria tira?
“Diciamo che vendiamo prevalentemente in Italia, mentre esportiamo una quota attorno al 35 per cento. L’aria che tira non è una bella aria, perché comunque questo fermo ha bloccato tutto e quello che dà più da pensare, al di là dell’aspetto economico e finanziario, è l’elemento psicologico. Non vorrei che come è successo nel 2008-2009, quando ci fu la crisi del subprime, subentri l’aspetto psicologico”.
Cosa intende per elemento psicologico in previsione della fase due dell’emergenza Covid?
“Intendo che noi non produciamo materiale di consumo, non produciamo alimentari. Noi produciamo beni durevoli e i sanitari del bagno durano anche trenta anni. E allora chi non ha proprio l’esigenza potrebbe essere preso dalla volontà di ritardare l’investimento, il che ci metterebbe ancora più in difficoltà”.
Potrebbe aiutare il settore una spinta sull’edilizia pubblica?
“No, noi non siamo fornitori di edilizia pubblica, perché l’edilizia pubblica utilizza tutti prodotti di basso costo. Paradossalmente, l’edilizia pubblica in Italia utilizza i prodotti stranieri”.
Qual è il target delle aziende del distretto ceramico viterbese?
“Il nostro è un target medio-alto che punta molto alle ristrutturazioni del privato. Nel senso, chi deve cambiare il bagno e sa che il bagno minimo lo utilizzerà per i prossimi 15-20 anni, ma proprio minimo. Per cui inserisce il prodotto di qualità, di design, italiano soprattutto”.
In prospettiva, potrebbero essere utili al settore ulteriori incentivi sul fronte della ristrutturazione?
“Indubbiamente, quello è un elemento forte di ripresa eventuale, perché comunque andare a incidere sulla ristrutturazione edilizia significherebbe che anche il sanitario viene premiato. Ma bisogna accorciare i tempi, perché oggi il privato che ristruttura i lavori se li porta in detrazione in quota annuale per dieci anni . E allora lei capisce che di fronte a questa situazione il rischio è che ci sia una parte che non venga fatturata, il 22% d’Iva si recupera subito, è ovvio non tutto. Però se riuscissimo ad accorciare nell’arco di 1-2-3 anni il tempo di rientro dell’investimento del credito d’imposta, secondo me si ripartirebbe, perché al di là di tutto una fascia di italiani che hanno disponibilità, che hanno soldi in banca senza avere remunerazione, potrebbe approfittarne per fare i lavori di casa Un elemento forte da dover spingere. Ma ce n’è un altro”.
Qual è il secondo elemento su cui spingere per uscire dalla crisi?
“Riguarda la sostituzione dei wc con quelli di nuova generazione”.
Cosa sono i wc di seconda generazione?
“Noi negli ultimi anni, da una decina di anni, stiamo producendo dei sanitari soggetti alla normativa europea che scaricano con flussi d’acqua da 4-6 litri, 4 litri per il liquido e 6 litri per il solido. Che succede? Che però il nostro parco wc in Italia risulta essere molto attempato, molto vecchio. Ci sono ancora in funzione i sanitari degli anni 60-70-80 che scaricavano con 10-12 litri, il doppio. Buttare il doppio di acqua potabile necessaria è un costo enorme per lo Stato. Perché produrre acqua potabile, al di là della penuria che aumenta di anno in anno, c’è un costo enorme. Come Confindustria Ceramica abbiamo commissionato una ricerca al Gresner, secondo cui se mettessimo l’acqua risparmiata in un anno in bottiglie da un litro impilate l’una sull’altra, arriveremmo dalla terra alla luna”.
Si potrebbe evitare quindi di buttare via una marea d’acqua?
“Anni fa la municipalità di New York destinò al cambio dei wc per quelli di nuova generazione una cifra importante per la sostituzione gratis, recuperata nel giro di pochissimo tempo grazie al risparmio, evitando di buttare via una marea d’acqua. Che poi va depurata, attenzione. Perché l’acqua on va dispersa, va depurata, l’acqua sporca va depurata. meno acqua si usa, minori sono i costi per la depurazione”.
Silvana Cortignani
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