Viterbo – Umberto Laurenti, segretario generale della fondazione Sorella natura – una parentela che in questi tempi di Coronavirus sarebbe meglio fosse meno stretta – mi ha segnalato lo scritto di Cesare Pinzi sulla peste che, a fine XV secolo, i viterbesi affrontarono più o meno come noi oggi.
Provvedimenti “consueti” e il virus, arrivato anche allora a marzo, a settembre cessò.
Si decise subito di chiudere le porte della città, mettere guardie a “respingere i venienti, sbarrare le scuole, ischivare gli agglomerati di popolo, accumulare vettovaglie”.
Ci fu anche allora chi considerò gli ospedali, che erano nove, i veri focolai dell’infezione e ne furono “discacciati gli appestati”.
Poi, quando tornò normalità, vennero unificati nell’ospedale di San Sisto. Tre istituti ecclesiastici, però, non aderirono e Cesare Pinzi ironizza: mentre i beni degli ospedali riuniti rimasero fino al recente ospedale grande degli infermi, quelli degli altri sfumarono, alcuni “consumati nella lussuriosità del convento dei domenicani”.
Ritenendo, come molti studiosi oggi, che nelle ceramiche potesse rimanere per un po’ il virus, i viterbesi si dotavano di “butti”, pozzetti di casa, in cui venivano buttate le stoviglie inservibili o pericolose (ma questa legge igienica, è scritto in una pubblicazione di Attilio Carosi e altri, era stata emanata la prima volta a Todi nel 1275).
A luglio, “poiché ogni mezzo umano parea inutile e la città aveva bisogno di lagrime e preghiere”, furono indette processioni anche col corpo di Santa Rosa. La proposta, però, di donare 50 ducati alle chiese per il palio di San Lorenzo non fu accolta perché, si disse, l’elargizione momentanea avrebbe potuto “costituire minaccia di maggiori pretensioni per l’avvenire”.
Saggezza e qualche retropensiero, se la peste sembrò essere arrivata a Viterbo dopo che da Roma, dove era scoppiata, giunse in repentina fuga con la corte il papa Sisto IV, il quale però, scrive Gianfranco Ciprini, si era prima raccomandato alla Madonna della Quercia e nel 1481 tornò in basilica per concedere l’indulgenza plenaria ai suoi devoti (il perdono di settembre).
Dalla città erano stati scacciati prostitute e mendicanti mentre se n’erano andati volontariamente e di corsa governatore, bargello, podestà, consiglieri comunali e molti ricchi che, avendo probabilmente letto le avventure boccaccesche del Decamerone, intendevano replicarle. Perfino i “beccamorti” se ne scapparono e alcuni priori rimasti in città si videro costretti ad assoldare i becchini di Orvieto”.
Il virus di marzo resistette fino a Santa Rosa e i viterbesi, atterriti dalla sua crudeltà, si diedero poi a riformare con la sanità anche l’assistenza e la protezione civile prevedendo un “ministro dei soccorsi”, una sorta di Bertolaso.
Speriamo che vengano imitati, perché la salute non ha solo nemici di routine. Da sempre c’è qualche virus che arriva inaspettato e sarà il caso di affrontarlo bene.
Renzo Trappolini
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